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La magia di Shannara arriva sul grande schermo

Terry Brooks, pseudonimo di Terrence Dean Brooks, è considerato il creatore del fantasy moderno e i suoi testi sono oggetto di studio nei college statunitensi. Ora diventerà noto anche al pubblico delle sale cinematografiche grazie all’acquisto, da parte della Warner Bros, dei diritti per mettere in scena i suoi romanzi. Mentre Stephen Sommers è già al lavoro, per la Universal, sulla sceneggiatura del Magico Regno di Landover, parte anche il progetto per la trasposizione de Le pietre magiche di Shannara (The Elfstones of Shannara), il secondo volume della sua trilogia iniziale. La regia verrà affidata a Mike Newell.
Brooks è stato ingiustamente accusato di plagio nei confronti di Tolkien, per le somiglianze del suo primo lavoro con quelli dello scrittore e filologo inglese. Somiglianze di genere, relative a quell’antropologia fantastica fatta di “nani”, “gnomi”, “elfi” e “druidi” e in qualche modo anche per le ambientazioni, ma la struttura narrativa e le tematiche trattate presentano una chiara originalità di invenzione.

[oblo_image id=”1″]Il narratore americano, nel suo primo ciclo fantasy, evolve la sede della magia dagli oggetti alla voce umana. L’ultimo capitolo del primo ciclo è La canzone di Shannara e pone l’origine del potere nel corpo umano, ottenendo sia un ridimensionamento della tematica fantastica, sia l’apertura a riferimenti storici e antropologici di grande interesse.
Da un lato, infatti, la classica lotta contro il “Male” si tramuta in viaggio iniziatico e in ricerca interiore, che rappresenta non tanto un’abilità già formata e pronta all’uso ma più una sua acquisizione graduale.
Dall’altro, l’associazione della magia alla vocalità rimanda a numerose tradizione culturali. Anzitutto i miti della creazione analizzati dall’etnomusicologo Marius Schneider, che, nell’inseguire il significato originario della musica, riconduce la genesi dell’universo stesso a cellule sonore, spesso di natura vocale.

Il tema della “canzone magica” sembra inoltre ispirato, per quell’elemento di persuasione e di creazione di allucinazioni, al mito delle sirene omeriche. Il potere della voce che incanta, innesca illusioni e quindi trasforma le altrui percezioni.
Il richiamo a quella tradizione curativa della musica, che passa di certo per la tradizione sciamanica e per i vari fenomeni rituali legati alla trance, è palese. Così come è interessante il riferimento agli studi del medico francese Alfred Tomatis, che considera la vibrazione musicale della voce come mezzo di ricarica energetica del corpo.
La qualità magica legata alla vocalità ritorna anche in un’altra saga, a metà tra la fantascienza e il fantasy, che ha dato luogo a ben due trasposizioni una cinematografica l’altra televisiva. Si parla di Dune di Frank Herbert, messo in scena nel 1984 da David Linch e poi, in tre episodi, da John Harrison.

Brooks ha saputo concedere dignità ai suoi fantasy, tramutandoli da semplici romanzi di genere a prodotti letterari di qualità. L’analogia dei topoi fiabeschi, riconducibili all’analisi strutturalista di Propp, è di certo il riferimento di base, come già Tolkien aveva sottolineato in On fairy-tales. I testi di Brooks hanno tuttavia una nuova architettura narrativa, in cui la magia pare spesso solo il pretesto per costruire e sviluppare la psicologia dei personaggi. L’incertezza e la fragilità degli eroi li avvicina drasticamente alle crisi dell’uomo contemporaneo, che deve misurarsi con le proprie qualità personali. La ricerca della “magia” è quindi metafora di lotta contro il disorientamento nei confronti della società, è sinonimo di viaggio introspettivo che mira a svelare il proprio ruolo nello scenario collettivo. Infatti il rapporto con l’oggetto fatato, nelle saghe di Shannara e Landover, è di natura controversa. Non si tratta, insomma, di un privilegio dalle caratteristiche chiare, è piuttosto un mistero da svelare. Gli indizi per la sua attivazione sono come le tracce di un’individualità lacerata dai dubbi e che, alla fine, fa ricorso a qualità tutt’altro che innaturali per raggiungere i propri scopi.

Sarà interessante vedere in che modo il regista di Quattro matrimoni e un funerale, Donnie Brasco e del recente L’amore ai tempi del colera saprà interpretare la poetica di Terry Brooks, che ancora una volta si trova a confrontarsi con l’opera di Tolkien.

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