My Blueberry Nights: Kar-Wai versione Holliwood

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[oblo_image id=”1″]My Blueberry Nights ovvero “le mie notti al mirtillo” è l’ultimo film di Wong Kar-Wai, tradotto rozzamente dalla stramba politica italiana dei titoli in Un bacio romantico, che senza dubbio c’entra ma il sapore fruttato dell’originale è decisamente più aromatico (ma forse è questione di gusti).
Lo stile inconfondibile di uno dei maggiori autori della cinematografia contemporanea spicca subito dalle prime inquadrature e avvolge il film con un marchio di riconoscimento. Tuttavia chi l’ha apprezzato nei capolavori precedenti, in particolare In the mood for love e 2046, rimane un po’ interdetto per la forma della narrazione, che abbandona quell’affascinate complessità a cui il regista lo aveva abituato.

Il film mette in scena la crisi sentimentale di una giovane ragazza (interpretata dalla cantante Norah Jones) che compie un viaggio attraverso gli Stati Uniti per compensare il suo dolore. Un viaggio che sa di rito di passaggio, una vera e propria ricerca della propria identità attraverso il meccanismo del rispecchiamento. La metafora dello specchio è una costante nei film del regista di Hong Kong, infatti ritroviamo spesso lo sdoppiamento del volto e del corpo in qualsiasi superficie riflettente.
Il doppio, il virtuale accostato al reale, provoca giochi di proiezioni reciproche, fa interagire le sue parti, mettendo in movimento l’individuo che è alla ricerca di se stesso. Infatti è solo attraverso il riflesso che ci si può vedere, è solo attraverso gli altri che riconosciamo i nostri desideri e le nostre paure. Il viaggio di Elizabhet (che si fa chiamare prima Liz e poi Beth quasi a sottolineare la sua voglia di cambiamento) assume esattamente questo valore, passa dall’altra parte del bancone (diventando cameriera in diversi locali), si pone nella condizione di poter osservare e guardare da uno speciale punto di vista.
Il bar assume così il valore del “non luogo” privilegiato, quello in cui il passaggio dell’uomo è lento e finisce per sedimentare qualcosa della vita che sta fuori. Nella scena in cui il poliziotto ubriaco discute con la moglie, lei le grida che non vuole andare fuori ma è proprio lì che vuole parlare, perché ciò che non trova una soluzione nel privato ha bisogno del pubblico come rispecchiamento.
Il bancone è quindi la soglia valicata che crea relazioni, apre al guardare ma anche all’ascoltare, fino a farsi veicolo di legame, è così che la giocatrice (Natalie Portman) per sopravvivere alla solitudine porta Elizabeth con sé a Las Vegas.

[oblo_image id=”2″]Oltre al gioco delle riflessioni c’è poi quello delle trasparenze e delle sovrapposizioni. Le immagini di Wong Kar-Wai sono sempre ritagliate e incorniciate, vogliono costruire filtri per la visione, per sottolineare lo sguardo creativo dell’autore, la sua capacità figurativa. In My Blueberry Nights sono spesso le vetrine della caffetteria, con le iscrizioni variopinte che le ricoprono, ad avvolgere i personaggi. Così come i colori dei neon che caratterizzano i locali della città, diffusi in tutta la fotografia del film, si fanno impronta caratteristica dell’immagine, sfumandosi e sfocandosi nel gioco delle messe a fuoco e restituendo una sensazione visiva policroma. La locandina richiama esattamente questo effetto lasciando emergere i tre colori primari (ciano, magenta e giallo) quasi a voler ribadire l’importanza del colore come elemento basilare del film.
Inoltre la saturazione cromatica risalta, in absentia, nella scena in cui il video di sorveglianza si inceppa diventando improvvisamente in bianco e nero. Il colore così come il gusto (in particolare quello delle torte), diventano le proposte percettive per lenire il dolore e riequilibrare il disorientamento della solitudine. Il monocromatismo si configura come un errore, un decadimento della realtà e la prova visiva (la videoregistrazione) si fa veicolo non solo di ricordo ma di ripetizione stessa della sensazione. Il giovane barista confessa infatti di rivedere e conservare le registrazioni migliori, fino ad arrivare a consumare il nastro di quella che ritrae l’ultimo incontro con Elizabeth.

Infine una nota sulla musica. I lenti blues della colonna sonora aderiscono perfettamente alle atmosfere dilatate e agli effetti di mosso di alcune scene, che conferiscono all’immagine un senso meditativo e insieme sospeso. È la poesia visiva di Kar-Wai, che non esita a ritornare anche in questo suo ultimo, delicato (anche se non eccelso) lavoro.