[oblo_image id=”1″]Un film insolito. Regala sicuramente sensazioni di tenerezza e di lucida oggettività, che stonano con l’idea che l’occidente spesso ha degli arabi e della loro cultura. Arabi nello stereotipo dei media sempre scuri, sporchi, arroganti, cattivi, inquietanti, irascibili e pavidi. Insolito anche il fatto che tale fotografia, o meglio rappresentazione, che lascia una vena di malinconia e di sorpresa, arrivi da un giovane regista e sceneggiatore israeliano, l’antagonista per antonomasia forse più per tradizione, che per sentita convinzione.
La Banda primo lavoro cinematografico del trentacinquenne Eran Kolirin è un efficace gioiellino della cinematografia che si dipana tra reale e surreale e merita sicuramente i numerosi premi che ha ricevuto dalla critica occidentale. Come affermanogli intenditori a caccia di analogie e differenze, si rifà un po’ ai film di Aki Kaurismaki e alle atmosfere sospese di Jarmush, ma ha in più la capacità di scardinare e andare oltre i luoghi comuni.
[oblo_image id=”2″]Tutta la storia si svolge in 24 ore e narra la vicenda del pernottamento di alcuni componenti di una banda musicale arabo-egiziana, tutti uomini, che invitati a presenziare ad una manifestazione culturale araba in Israele, si perdono invece in un villaggio desolato e dimenticato da Dio. Dalla gente di questo puntino in mezzo al deserto, tra qualche difficoltà e a volte perplessità,la banda, appunto, otterràaiuto e ospitalità per la notte.
[oblo_image id=”3″]Il film racconta quindi l’incontro di due mondi diversissimi che si affidano l’un l’altro senza, pregiudizi o domande che non si riferiscano alla vita strettamente personale dei personaggi. E’ la vicenda di uomini in difficoltà in una terra straniera e nel contempo della solitudine e della generosità di persone che vivono in una dimensione ridotta quasi claustrofobica, atemporale nella terra promessa.
[oblo_image id=”4″]Efficace la recitazione di tutti i protagonisti, dalla timidezza, pacata riservatezza, educazione e tenerezza di Tewfiq, il capo-banda, dal volto così arabeggiante di Sasson Gabai, alla sinuosa Dina, contemporanea evolitiva Maddalena, interpretata da una conturbante e selvaggia Ronit Elkabez, che si prenderà cura (in tutti i sensi) delle pecorelle smarrite. Perché i componenti della banda egiziana così appaiono, smarriti e dignitosi, mai irritati o sconfortati, ma empi della melodia della loro musica, classica e armoniosa, che tocca le anime e i palati di fini intenditori.
E’ quindi un’opera che ribalta gli stereotipi e i qualunquismi delle guerre sante e delle brutture, che suscita la curiosità di saperne sicuramente di più della cultura araba di antichissima tradizione, di guardare all’alterità con umanità e non semplicemente con paura e cieca incomprensibilità.