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I rituali cine-visionari di Matthew Barney

[oblo_image id=”1″]L’associazione romana Filmstudio propone per tutti i weekend di marzo una rassegna dedicata all’artista-cineasta Matthew Barney, proiettando più volte i film De Lama Lamina (2005) e Drawing Restraint 9 (2005).
Di fronte all’autore californiano la critica si divide radicalmente, da un lato acclamandolo come vero e proprio artista audio-visivo, dall’altro stroncando la sua opera, tacciata di eccessivo intellettualismo. Senza dubbio, i film di Barney mettono a dura prova lo spettatore della sala cinematografica mentre tendono più facilmente ad affascinare l’appassionato d’arte.

Questo è chiaro, se si pensa a Drawing Restraint 9, in cui la trama consiste più in concetti astratti e composizioni visive che non in una vicenda narrata. Le immagini sono meticolosamente curate e giocano con la linearità e l’ordine, tipici della cultura giapponese. Il film è infatti ambientato nella baia di Nagasaki e colpisce per la bellezza delle sue inquadrature, come fossero frutto di un’istallazione più che di una messa in scena. Il quadro, inteso come inquadratura, tende a coincidere con il “quadro” come tela pittorica. I lenti movimenti della camera trasportano lo spettatore in una lunga meditazione, sottoponendolo a un’esperienza che sfiora quella del visitatore di una galleria o di un museo.

Il tappeto sonoro di natura minimalista aiuta a enfatizzare questo andamento riflessivo e estetizzante. La cellula sonora viene semplificata e iterata fino allo spasmo e quasi scompare alla percezione come elemento melodico, per diventare una sorta di eco di fondo. Tuttavia considerando la missione della baleniera appena salpata, il richiamo musicale assume un valore piuttosto “stonato”, quasi un segnale d’allarme che si insinua tra la calma del paesaggio e il maniacale perfezionismo del comportamento umano.

La colonna sonora è opera di Björk, moglie di Barney e con lui protagonista del film. Solo in due brani si ascolta la sua voce. In particolare nel primo, la musica si evolve per sovrapposizioni e ripetizioni, quasi fosse un’invocazione. La scena è quella del bagno, che mostra la cantante stessa immersa in una vasca ove galleggiano limoni incisi e sbucciati secondo forme rettangolari. In realtà questo canto vorrebbe essere un inno gioioso che annuncia l’imminente matrimonio, ma le note di Björk lo trasformano in un vero e proprio movimento sospeso, fluttuante tra i le folgoranti inquadrature di Barney.

[oblo_image id=”2″]Drawing Restraint 9 è un film quasi senza dialogo. Fanno eccezione la scena del matrimonio scintoista e quella cui viene simulata la caccia alla balena. In quest’ultima il parlato diventa un elemento incomprensibile (tranne per i nipponici, ovvio) e disturbante, rappresentando pienamente l’ambiguità simbolica della nave, oscillante tra l’abominevole atto della caccia ai cetacei e la scusa della ricerca scientifica, che ancora permette all’ultima baleniera di rimanere attiva.
Nella scena in cui si arpiona l’ambergris, la sensazione è quella di una fortunata commistione di generi opposti. Il montaggio ritmato e quasi descrittivo, da documentario, si fonde con le vertiginose inquadrature, che spesso ricercano il controluce, da esperimento avanguardistico. Tutto sublimato dalla musica che da un lato pare intonarsi con il ritmo delle macchine della nave (che tra l’altro è un’ex imbarcazione da guerra) e dall’altro enfatizza la tensione con accordi ripetuti.

La metafora della vaselina come artificio che minaccia la natura (quale derivato del petrolio) ripercorre tutto il film; la vediamo infatti cristallizzarsi in una vasca, come un’accattivante sostanza dai cangianti riflessi. Nel finale invece si scopre la sua funzione invasiva; infatti inonda la nave e innesca un’onirica e visionaria mutazione. I due novelli sposi assumono forma animale, con un ultimo estremo gesto di amputazione reciproca degli arti. È la conclusione di un messaggio complesso che innesca un atto di liberazione, il quale necessita del senso profondo della ritualità, lenta e precisa, come unica evasione e come fondamentale risposta ad uno compromesso equilibrio tra uomo e ambiente. Una chiara simbologia sciamanica che condanna lo sfruttamento iniquo della natura da parte dell’uomo, suggerendo l’impellenza di una riconciliazione.

Filmstudio – via degli Orti d’Alibert 1/c – Roma
www.ilfilmstudio.comwww.complusevents.com

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