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Tifo: mera violenza o segnale sociale complesso?

[oblo_image id=”1″]La parola tifo viene dal greco typhos, che significa “febbre”, da collegarsi, appunto, all’impeto che contraddistingue il tifoso, anche quando non si tratta del cosiddetto ultras.

L’idea di Sport nasce nell’Antica Grecia, dove, sia nei celeberrimi Giochi Olimpici, sia in quelli Istmici, sia in altri simili, non solo le manovre belliche venivano temporaneamente bloccate, ma lo stesso luogo delle gare veniva considerato sacro e impenetrabile da qualsivoglia esercito (regola che andrebbe ricordata anche ai nostri contemporanei e che De Coubertin deve aver dimenticato). In virtù di questa regola, anche un atleta ateniese ed uno spartano, avrebbero potuto competere con il massimo rispetto e lealtà possibili, non da nemici, ma da avversari.

Come molti fenomeni, anche questo viene assorbito dall’Impero Romano. Spettacoli di gladiatori, di corse di bighe e di quadrighe erano all’ordine del giorno. Non solo i periodi di feriae(periodi in cui era vietato lavorare) furono progressivamente aumentati, per permettere a patrizi e imperatori di farsi pubblicità, sponsorizzando eventi, ma si arrivò addirittura alla suddivisione dei carri di determinate corse, in vere e proprie squadre, ordinate per colore.

Come nel teatro Elisabettiano, gli stadi ospitavano assieme imperatori, patrizi e plebei, ovviamente in diverse locazioni, atte a segnalarne lo status sociale, anche perché, di certo, c’è n’era bisogno, dato che i patrizi non erano riconoscibili dalla loro celebre raffinatezza e imperturbabilità, praticamente assenti quando si trattava di incitare i propri preferiti. Quello che viene definito “spirito tribale”, oggi presente in ultras, hooligans et similia, nell’Antica Roma poteva ritrovarsi nei “collegia”, vere e proprie fazioni sportive e, a volte, politiche, che spesso e volentieri erano protagoniste di risse negli stadi, tema, per noi, tremendamente attuale. Va però detto che, tutto ciò è da ricollegarsi ad una visione più ampia al famoso panem et circenses Romano, capace di incanalare la violenza di una città come Roma, non nelle strade, come succede odiernamente, ma nello stadio, non alla mera violenza odierna.

Infatti, l’accezione, ormai negativa, del tifo, definito fonte di violenza si potrebbe spiegare attraverso una metafora, paragonando le differenti pressioni sociali dentro e fuori allo stadio, alla pressione che tende a far gonfiare un palloncino, e quella che tende a farlo sgonfiare. Il tifo dell’Antica Roma, può essere paragonato ad un palloncino gonfio: si aveva una spinta alla violenza molto forte, che tendeva ad uscire dallo stadio (o, se si vuole seguire la metafora, a far gonfiare il palloncino), ma si aveva anche uno status quo dato da una miriade di fattori, che tendeva a mantenere la violenza all’interno dello stadio, e a farla sfogare solo lì (quindi a non far scoppiare questo palloncino). Conseguentemente, si otteneva equilibrio tra le due pressioni.

Nel tifo moderno, si ha sempre questa spinta aggressiva, ma quella serie di fattori che inibivano lo sfogo all’esterno di tale aggressività, tende a mancare; in tal modo, il nostro palloncino scoppia, con tutta la violenza che ne deriva.

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