Due obiettivi 4K nello stesso corpo: uno resta fermo sul grand’angolo, l’altro gira, insegue e ingrandisce. Con la Tapo C575D, TP-Link porta all’esterno, insieme all’alimentazione via cavo di rete, un’idea che finora aveva funzionato soprattutto dentro casa. L’abbiamo montata sul balcone, puntata sul giardino, per capire se 150 euro bastano a chiudere i punti ciechi di casa.
Domenica 25 ottobre torna l’ora solare e il lunedì successivo, verso le sei meno un quarto, il cancello di casa sarà già al buio. È il periodo dell’anno in cui ci si accorge di quello che la telecamera in giardino non riesce a vedere: il passaggio laterale che resta fuori inquadratura, la targa dell’auto che entra e si riduce a una macchia di pixel, la persona seguita dall’obiettivo motorizzato mentre qualcun altro attraversa il cortile dalla parte opposta. La Tapo C575D, l’ultima telecamera da esterno di TP-Link, è costruita attorno a quest’ultimo problema e lo affronta con una soluzione che si spiega in una riga: invece di un occhio che deve decidere dove guardare, ne monta due.
Chi ha installato una telecamera motorizzata conosce bene il dilemma. Quando il tracciamento automatico aggancia un soggetto, l’obiettivo ruota per seguirlo e il resto della proprietà sparisce dallo schermo. Una telecamera fissa con un grandangolo spinto fa l’esatto contrario: inquadra tutto, ma piccolo, e appena si prova a ingrandire un volto a quindici metri l’immagine si sbriciola. Sono due compromessi che il mercato consumer si trascina da anni. La C575D li mette uno sopra l’altro nella stessa scocca e li fa lavorare in coppia.
Il giudizio lo anticipiamo subito, perché è netto: l’idea è quella giusta e, a questo prezzo, sono pochissime le alternative che la realizzano con la stessa completezza. Non è però una telecamera per tutti, e la ragione principale si chiama cavo.
Com’è fatta la Tapo C575D
A prima vista la C575D sembra una normale telecamera da esterno Tapo, con il corpo bianco, i frontali neri e le linee pulite che il marchio usa ormai su tutta la gamma. La differenza si nota subito: sono due blocchi sovrapposti, ciascuno con il proprio obiettivo al centro e due gruppi di LED ai lati. In alto, agganciato alla staffa, c’è il modulo con l’obiettivo fisso, orientabile a mano verso il basso fino a 20 gradi al momento del montaggio e poi lasciato lì. Sotto lavora il modulo motorizzato, più compatto, quello che ruota in orizzontale e si inclina in verticale. Le misure dichiarate sono 82 per 161 per 132 millimetri: non è un oggetto minuscolo, ma sotto una gronda o all’angolo di un portico non dà nell’occhio più di una lampada da esterno.

Dalla scocca esce un cavo che porta le due connessioni: la presa di rete, che accetta anche l’alimentazione via Ethernet, e l’ingresso per l’alimentatore a 12 volt. Nella confezione TP-Link mette la telecamera, la staffa di montaggio e una dima adesiva per segnare i fori. Ci sono poi quattro viti con i rispettivi tasselli, una guarnizione impermeabile e gli accessori per proteggere dall’acqua la giunzione del cavo. Completano il pacchetto l’alimentatore e la guida rapida.
Mancano due cose che conviene mettere in conto fin dall’inizio. La scheda microSD non è inclusa, e senza una scheda o un abbonamento cloud la telecamera mostra le immagini in diretta ma non registra nulla. Anche la fascetta per il montaggio su palo si compra a parte: la staffa di serie è pensata per parete e soffitto.
La resistenza agli agenti atmosferici è certificata IP66. Tradotto, la prima cifra dice che la polvere non entra affatto, la seconda che la scocca regge getti d’acqua potenti, non soltanto la pioggia che cade dall’alto. È un gradino sopra l’IP65 di molte telecamere solari della stessa famiglia. Anche la temperatura di esercizio è generosa: da 30 gradi sotto zero a 60 sopra, un intervallo che copre senza affanni sia le notti di gennaio in una valle alpina sia un muro esposto a sud in pieno agosto.
Due obiettivi, due mestieri diversi
Il cuore del prodotto sono i due moduli ottici, ciascuno con il proprio sensore da 1/2,7 di pollice e la propria risoluzione 4K, cioè 3840 per 2160 pixel, poco più di otto milioni di punti per immagine. Il numero è identico per entrambi, ma i due obiettivi fanno un lavoro completamente diverso.
Quello fisso ha una focale di 2,53 millimetri e un angolo di visione di 170 gradi in diagonale, 138 in orizzontale. Per farsi un’idea: montato sullo spigolo di una villetta, copre il giardino davanti alla casa praticamente da un muro all’altro. È l’occhio che non si muove mai e che quindi non perde mai il quadro d’insieme. Il prezzo di un angolo così ampio è che quegli otto milioni di pixel vengono distribuiti su una scena enorme, e una persona al cancello occupa una porzione piccola del fotogramma.

Qui entra in gioco il secondo obiettivo, un teleobiettivo da 8 millimetri con un angolo di 49,6 gradi in diagonale. La focale è circa tre volte più lunga di quella del grandangolo, quindi la porzione di scena inquadrata è tre volte più stretta in larghezza e altrettanto in altezza. Gli stessi otto milioni di pixel finiscono concentrati su un’area circa dieci volte più piccola. TP-Link dichiara che il teleobiettivo cattura 9,4 volte più dettagli del grandangolo: è un dato del produttore, ma il conto torna, perché il dettaglio cresce con il quadrato del rapporto tra le focali.
Il modulo motorizzato ruota meccanicamente di 338 gradi in orizzontale e si inclina di 97 in verticale. La copertura dichiarata arriva a 360 gradi perché l’angolo di visione dell’obiettivo colma lo spicchio che il motore non raggiunge. In pratica non esiste una direzione attorno alla telecamera che il teleobiettivo non possa guardare.
Su entrambi gli obiettivi l’app consente uno zoom digitale fino a 18 volte. Va detto con chiarezza cosa significa: lo zoom digitale ritaglia e ingrandisce l’immagine che il sensore ha già catturato, senza aggiungere informazione. Oltre un certo punto i contorni si impastano su qualsiasi telecamera. Il 18x digitale è un numero da scheda tecnica. Quello che pesa, sulla Tapo C575D, è che lo zoom parte da un’immagine già avvicinata otticamente dal teleobiettivo. Ingrandire quattro volte una scena ripresa a 8 millimetri dà risultati molto diversi dall’ingrandire quattro volte una scena ripresa a 2,5.
Entrambi gli obiettivi hanno un’apertura f/1.6, luminosa per questa categoria, e la cadenza è di 15 fotogrammi al secondo. È uno standard diffuso nella videosorveglianza domestica: basta per seguire una persona che cammina o un’auto che entra in un vialetto, mentre un movimento molto rapido appare meno fluido rispetto a un video da smartphone. Per chi deve capire chi ha aperto il cancello e a che ora, non è un limite.
Il tracciamento sincronizzato e perché cambia le cose
TP-Link chiama “smart tracking sincronizzato” il meccanismo che giustifica l’esistenza stessa di questa telecamera. L’obiettivo fisso sorveglia l’intera scena. Quando rileva un movimento, una persona, un animale o un veicolo, comanda al modulo motorizzato di girarsi verso quel punto e di seguire il soggetto mentre si sposta. Le due immagini restano visibili insieme sullo schermo del telefono: sopra il quadro completo, sotto il dettaglio.

Rispetto a una telecamera motorizzata tradizionale la differenza è sostanziale. Con un solo obiettivo, nel momento in cui la camera insegue il corriere che attraversa il prato, il resto del giardino è cieco. Se nello stesso istante qualcuno scavalca la recinzione sul lato opposto, la registrazione non lo mostrerà. Con la Tapo C575D il grandangolo continua a riprendere tutto, a prescindere da cosa stia facendo il teleobiettivo. È lo stesso concetto che Tapo aveva già portato dentro casa con i modelli da interno a doppio obiettivo, ora trasferito all’aperto con una risoluzione più alta.
Esiste anche il comando inverso. Toccando un punto qualsiasi dell’immagine grandangolare, il teleobiettivo si orienta da solo su quella zona. È la funzione più utile nell’uso di tutti i giorni: si riceve la notifica, si apre l’app, si vede una figura vicino al garage, la si tocca e un attimo dopo la si guarda da vicino. Le note tecniche di TP-Link precisano che, in visione dal vivo, l’ingrandimento dell’immagine del teleobiettivo resta manuale, mentre lo zoom automatico durante il tracciamento richiede l’ultima versione dell’app e del firmware.
Chi preferisce un controllo programmato può impostare fino a otto posizioni predefinite e lasciare che il modulo motorizzato le percorra a orari stabiliti: il portone d’ingresso, il vialetto, la porta sul retro, l’angolo dove si lasciano le biciclette. Le zone di privacy, configurabili su entrambi gli obiettivi, oscurano le aree da non registrare, come la finestra del vicino o il marciapiede pubblico. È un dettaglio che in un condominio o in una villetta a schiera evita parecchie discussioni, oltre a rispettare le regole sulla videosorveglianza privata.
Accanto al riconoscimento di persone, animali e veicoli, la scheda tecnica elenca altri due rilevamenti meno pubblicizzati. Il primo è l’attraversamento di linea: si traccia una riga virtuale, per esempio sulla soglia del cancello, e la notifica parte solo quando qualcuno la supera. Il secondo è il rilevamento di manomissione, che segnala se la telecamera viene coperta, spostata o accecata.
Quando cala il buio
La notte è il vero banco di prova di una telecamera da esterno, ed è anche il momento in cui le schede tecniche diventano più ottimiste. La Tapo C575D offre tre modalità. La prima è la classica visione a infrarossi in bianco e nero, con una portata dichiarata di 30 metri. La seconda è la visione a colori, che sfrutta piccoli faretti bianchi integrati ai lati di ciascun obiettivo e arriva a 20 metri. La terza, chiamata Smart, resta in infrarosso finché non succede nulla e passa al colore, accendendo i faretti, quando rileva un movimento.

Ogni obiettivo ha quattro LED infrarossi: due a 850 nanometri e due a 940. La distinzione non è un vezzo da tecnici. I LED a 850 nanometri illuminano di più ma emettono un leggero bagliore rossastro visibile a occhio nudo, quello che rivela la posizione di una telecamera nel buio. Quelli a 940 sono invisibili, ma meno potenti. Averli entrambi permette di bilanciare portata e discrezione.
Sui faretti bianchi TP-Link non dichiara né potenza né numero di LED, e non vanno scambiati per un proiettore da giardino. Il loro compito è dare colore all’immagine, abbastanza per distinguere il colore di una giacca o di un’auto, che a un’indagine dicono molto più di una sagoma grigia. Quanto lontano arrivi davvero lo raccontiamo più avanti, nella nostra prova. La modalità Smart ha anche un effetto deterrente: una luce che si accende all’improvviso quando qualcuno entra nel giardino comunica più di qualsiasi cartello.
Per le situazioni più serie c’è una sirena, dichiarata a 94 decibel. Il valore è misurato a dieci centimetri dall’altoparlante, ed è bene saperlo: la pressione sonora cala con la distanza, e a un metro il livello scende intorno ai 74 decibel, più o meno quello di un aspirapolvere acceso. Non sveglia il quartiere, ma fa capire a chi è entrato che è stato visto.
L’elaborazione dell’immagine include la riduzione del rumore digitale, che ripulisce la grana tipica delle riprese notturne, e la gestione dell’ampia gamma dinamica. Quest’ultima conta più di quanto sembri: è ciò che permette di vedere il volto di una persona ferma davanti a un cancello in controluce, invece di una silhouette nera su sfondo bianco.
Un’osservazione di metodo, però, va fatta. Due sensori da 1/2,7 di pollice con risoluzione 4K hanno pixel piccoli, e i pixel piccoli raccolgono poca luce. L’apertura f/1.6 aiuta, ma la qualità notturna di questa telecamera dipenderà molto dall’illuminazione già presente: un lampione in strada o una luce sopra la porta fanno una differenza enorme rispetto a un prato completamente buio.
Wi-Fi, cavo di rete o PoE: come si installa
La C575D non ha batteria e non prevede un pannello solare. Va alimentata, e le strade sono due. La prima è l’alimentatore a 12 volt incluso, con un cavo di tre metri, che richiede una presa di corrente vicina; in questo caso la telecamera si collega alla rete di casa via Wi-Fi o con un cavo Ethernet. La seconda è l’alimentazione via Ethernet, il PoE, compatibile con gli standard 802.3af e 802.3at.

Il PoE merita due righe di spiegazione, perché è la caratteristica che separa questo modello dalla maggior parte delle telecamere consumer. Con un solo cavo di rete arrivano sia i dati sia la corrente. Niente prese all’esterno, niente alimentatori esposti alla pioggia, niente Wi-Fi che cala quando il router è dall’altra parte della casa. Un cavo Ethernet può correre fino a cento metri senza perdere segnale, quindi la telecamera può stare in fondo al giardino o sul muro del box mentre il resto dell’impianto resta al riparo. Serve però un dispositivo che fornisca l’alimentazione: uno switch PoE o un piccolo iniettore, che non sono inclusi nella confezione e vanno acquistati a parte. Non occorre niente di costoso: la telecamera consuma in media poco più di 5 watt e al massimo 11, quindi basta anche lo standard 802.3af, il più diffuso ed economico.
Chi sceglie il Wi-Fi trova un modulo Wi-Fi 6 dual band con due antenne. La banda a 5 GHz è più veloce e meno affollata, quella a 2,4 GHz arriva più lontano e attraversa meglio i muri. Con due flussi 4K da trasmettere, la stabilità della connessione è tutt’altro che secondaria, e un router recente collocato non troppo lontano fa la differenza. La porta Ethernet della telecamera lavora a 100 megabit al secondo: sulla carta sembra poco nell’era del gigabit, ma per lo streaming video di una telecamera domestica è un margine ampio.
Il nostro consiglio è netto: se c’è la possibilità di far arrivare un cavo di rete, la strada giusta è il PoE. Una telecamera di sicurezza che dipende dalla qualità del Wi-Fi in giardino è una telecamera che, prima o poi, smetterà di registrare nel momento sbagliato.
Il cavo che esce dalla scocca va messo in conto. Nella nostra installazione, provvisoria, l’abbiamo fatto correre lungo il muro senza canalina: nessun problema di funzionamento, ma a vederlo non era un bel lavoro. Con un montaggio fatto a regola d’arte la questione si chiude in modo pulito: una canalina, il cavo accompagnato dietro la staffa, gli accessori impermeabili inclusi a proteggere la giunzione. Chi non ha mai passato un cavo all’esterno farebbe bene a chiamare un elettricista, non per la difficoltà ma per la tenuta stagna di eventuali fori nel muro.
La configurazione passa dall’app Tapo, la stessa che gestisce lampadine, prese e robot aspirapolvere del marchio. Si aggiunge il dispositivo, lo si collega alla rete, gli si dà un nome e una stanza. TP-Link pubblica anche due video ufficiali, uno per la configurazione e uno per il montaggio, che vale la pena guardare prima di prendere il trapano in mano.
Intelligenza artificiale, archiviazione e abbonamenti
Su questo fronte la Tapo C575D fa una scelta che apprezziamo: il riconoscimento di persone, animali e veicoli è gratuito e non richiede alcun abbonamento. Lo stesso vale per la visione in diretta, le notifiche e la registrazione locale. Non è scontato: alcuni concorrenti, Ring tra questi, legano funzioni importanti a un canone mensile.
La registrazione locale avviene su microSD fino a 512 gigabyte. Con una scheda di quella capacità si parla di più di una settimana di registrazione continua in 4K: la durata reale dipende da quanto si muove la scena, perché la compressione video occupa più spazio quando l’immagine cambia di continuo. Esaurito lo spazio, la telecamera sovrascrive i filmati più vecchi. Se si registra solo quando succede qualcosa, la stessa scheda copre settimane. C’è un limite intrinseco che va ricordato: se un ladro stacca la telecamera dal muro, porta via anche la scheda e quindi le prove.
È qui che entrano in gioco le alternative. Il servizio cloud Tapo Care, a pagamento e facoltativo, conserva cifrati i filmati fino a trenta giorni e aggiunge le notifiche con l’anteprima dell’immagine; parte con un mese di prova gratuita. Chi ha più telecamere Tapo può invece usare gli hub H500 o H200, venduti separatamente, che raccolgono le registrazioni di tutto l’impianto in un unico punto dentro casa. Per l’utente più esperto c’è una terza via, meno pubblicizzata ma preziosa: la C575D supporta i protocolli RTSP e ONVIF, gli standard che permettono di inviare il flusso video a un videoregistratore di rete o a un NAS con software di videosorveglianza. Chi ha già un NAS in casa o in ufficio può integrarla nel proprio sistema senza passare dal cloud.
Sul piano della sicurezza informatica la telecamera usa la crittografia AES a 128 bit con SSL/TLS e supporta il WPA3, l’ultimo standard di protezione delle reti Wi-Fi. Si integra con Amazon Alexa, Google Assistant e Samsung SmartThings: chi ha uno schermo smart in cucina può chiedere di vedere il giardino a voce. Manca invece Matter, il protocollo comune della casa connessa, e questo significa che chi vive nell’ecosistema Apple non potrà gestirla dall’app Casa.
Dove si colloca sul mercato
La C575D arriva in una gamma Tapo già affollata di modelli a doppio obiettivo, e la prima scelta da fare è interna al marchio.
Scendendo di prezzo si trova la Tapo C545D, anch’essa a doppio obiettivo con movimento motorizzato, proposta sullo store ufficiale italiano a 89,98 euro contro un listino di 129,99. Ha però una risoluzione 2K da 3 megapixel e non supporta l’alimentazione via cavo di rete: richiede una presa di corrente. Per sorvegliare un ingresso, un terrazzo o un cortile piccolo è una scelta sensata e fa risparmiare parecchio. Su un vialetto lungo o un giardino ampio, la differenza tra 3 e 8 megapixel si vede tutta nel momento in cui serve leggere una targa.
Salendo, c’è la Tapo C675D KIT, che riprende la stessa architettura a doppio obiettivo 4K ma funziona a batteria con un pannello solare, a un listino di 249,99 euro. È la risposta per chi non può far arrivare alcun cavo nel punto in cui vuole la telecamera. Costa un centinaio di euro in più e, come quasi tutte le telecamere a batteria, privilegia la registrazione per eventi rispetto a quella continua.
Il confronto più istruttivo è però con la Tapo C660 KIT, che abbiamo recensito di recente. È anch’essa una telecamera motorizzata con pannello solare, ma con un solo obiettivo: quando insegue un soggetto, il resto della scena esce dall’inquadratura. La C575D risolve proprio quel limite, e lo fa con una resistenza superiore, IP66 contro IP65, e un intervallo di temperatura più ampio. La scelta tra le due dipende quasi esclusivamente dal punto di installazione: se manca qualsiasi possibilità di cablaggio, resta valida la C660 KIT; se il cavo si può portare, la C575D è un passo avanti netto.
Fuori dal mondo Tapo, il concorrente diretto è la Reolink TrackMix PoE, che usa la stessa formula con un grandangolo da 2,8 millimetri e un teleobiettivo da 8, risoluzione 4K, alimentazione PoE, faretti e sirena. Nelle offerte recenti sul mercato italiano si trova intorno ai 179 euro, contro un listino di 199. La Reolink ha dalla sua un ecosistema più orientato all’impianto professionale, con videoregistratori di rete dedicati, e funzioni come la registrazione in time-lapse. La Tapo risponde con un grandangolo più ampio, la protezione IP66 contro l’IP65 della rivale, la possibilità di scegliere tra Wi-Fi e cavo sullo stesso modello e un prezzo più basso. Chi ha già un videoregistratore Reolink in casa resti su Reolink. Chi parte da zero e vuole un’app semplice ha nella C575D l’opzione più conveniente.
La nostra prova
L’abbiamo installata su un balcone al primo piano, nel cortile interno, lontano dalla strada, puntata sul giardino che si apre davanti alla casa. È stata un’installazione volante, pensata per la prova e non rifinita come andrebbe fatta in via definitiva. L’alimentazione è arrivata in PoE dall’ASUS ExpertWiFi EBG19P, il router cablato con otto porte PoE+ che avevamo già recensito e che in redazione usiamo come centrale della rete. Dal momento in cui l’abbiamo tolta dalla scatola alla prima immagine sul telefono sono passate poche decine di minuti, montaggio compreso.
La configurazione nell’app Tapo è filata liscia, senza intoppi e senza richieste di aggiornamento del firmware durante il periodo di prova. La pubblicità dentro l’app c’è, ed è giusto dirlo: promozioni di altri prodotti del marchio compaiono mentre si naviga tra le schermate. Non l’abbiamo trovata invadente, ma in un’applicazione che serve a controllare la sicurezza della casa preferiremmo non vederla affatto.

Da quell’altezza, intorno ai cinque metri, il grandangolo copre l’intero giardino frontale. Nessun angolo resta fuori, ed è la prima cosa che si nota aprendo la doppia vista: sopra c’è tutto, sotto c’è il dettaglio. Il teleobiettivo è la parte che stupisce. Una persona si segue senza difficoltà anche oltre i 40 metri, e si capisce come è vestita e cosa sta facendo. Il volto si riconosce con sicurezza fino a una quindicina di metri, una targa si legge fino a 25 metri abbondanti: con il solo grandangolo, per fare un confronto, la targa va avvicinata a una decina di metri e il viso a meno di sette.
Chi si aspetta di riconoscere un volto a cinquanta metri resterà deluso, e non per colpa di questa telecamera. Il motivo è aritmetico. A 15 metri il teleobiettivo inquadra una fascia larga poco meno di 12 metri, e un viso occupa una cinquantina di pixel in larghezza: abbastanza per distinguere i lineamenti. A 50 metri la stessa inquadratura si allarga a quasi 40 metri e il viso si riduce a una quindicina di pixel, una macchia chiara su cui nessun algoritmo può inventare dettagli che il sensore non ha catturato. Lo zoom digitale ingrandisce quella macchia, non la rende più nitida. Diffidate di chi promette di più con un obiettivo da 8 millimetri.
Lo zoom digitale l’abbiamo spinto apposta oltre il ragionevole, proprio per capire dove cede. Fino al 60 o 70 per cento del massimo l’immagine tiene benissimo; oltre, i dettagli cominciano a impastarsi, come prevedibile. Nell’uso normale però non serve arrivarci: con un ingrandimento molto più contenuto il risultato è già quello che si cerca.
Il tracciamento sincronizzato funziona come promesso. Quando qualcuno entra nell’inquadratura, il teleobiettivo si gira in pochi secondi e lo aggancia. Se la persona cammina o corre verso la telecamera, la segue senza problemi fino al limite fisico della rotazione. Se invece corre di lato, l’ottica motorizzata fa fatica a starle dietro: è il limite di tutte le telecamere di questo tipo, perché un soggetto che attraversa l’inquadratura in orizzontale costringe il motore a ruotare molto più in fretta. Il grandangolo, intanto, non lo perde mai di vista, ed è esattamente il motivo per cui questa telecamera ha due occhi. Anche il comando “tocca per inquadrare” risponde bene. La rapidità con cui l’immagine ravvicinata arriva sul telefono dipende in buona parte dalla connessione del telefono stesso. Abbiamo provato anche il pattugliamento tra posizioni predefinite e le zone di privacy, ed entrambe le funzioni fanno quello che devono.
Il test più divertente l’ha fornito un cucciolo di border collie, arzillo e velocissimo, che correva per il giardino mentre alcune persone si muovevano nella stessa scena. La telecamera ha distinto senza esitazioni le persone dal cane, e le notifiche sono arrivate con l’etichetta giusta. Nel periodo di prova non abbiamo registrato falsi allarmi. Tra il movimento e la notifica sul telefono passano una decina di secondi; la zona aveva un’ottima copertura cellulare, e dove il segnale è debole, per la telecamera o per lo smartphone, i tempi possono allungarsi, ma non è un limite che si possa imputare a Tapo.
Di notte, in infrarosso, le distanze utili si accorciano. Le persone restano ben visibili oltre i 30 metri, ma con il teleobiettivo il volto si riconosce entro una dozzina di metri e la targa si legge fino a una ventina; oltre, l’immagine perde definizione. La modalità Smart fa il suo lavoro e passa al colore rapidamente quando qualcuno entra in scena. I faretti, per essere piccoli LED, sono più energici di quanto ci aspettassimo e con la luce bianca il teleobiettivo fa persino meglio che in infrarosso, ma vanno presi per quello che sono: una persona in penombra si riconosce bene entro una decina di metri, al massimo una quindicina; più in là no. Da una telecamera non pretendevamo un faro da stadio, e il risultato è coerente con la promessa.
La nota stonata è l’audio. Con la telecamera a circa cinque metri d’altezza, già a 10 o 15 metri la voce che arriva dall’altoparlante è poco chiara, e dal giardino verso il balcone il suono si perde quasi subito. È possibile che con un montaggio più basso, per esempio sopra una porta d’ingresso, il risultato migliori, ma non l’abbiamo verificato. Non abbiamo provato nemmeno la sirena.
I limiti da mettere in conto
Il primo limite è strutturale ed è anche la ragione del suo successo: la Tapo C575D va alimentata. Senza una presa vicina o un cavo di rete non si installa, e chi pensa di montarla in fondo al giardino senza alcun impianto deve guardare altrove.
Il limite più evidente della nostra prova è l’audio bidirezionale, poco intelligibile già a una decina di metri con la telecamera montata in alto. La pubblicità nell’app è un fastidio minore, ma TP-Link dovrebbe almeno renderla disattivabile. L’assenza di Matter esclude gli utenti Apple. La cadenza di 15 fotogrammi al secondo è in linea con la categoria, ma chi viene dal mondo delle telecamere professionali la noterà. Le notifiche con anteprima dell’immagine, comode per capire al volo cosa sta succedendo, richiedono l’abbonamento Tapo Care.
Il verdetto
La Tapo C575D è la telecamera da esterno più convincente che TP-Link abbia messo sul mercato finora, e una delle più interessanti nella sua fascia di prezzo in assoluto. Risolve con un’idea semplice il difetto storico delle telecamere motorizzate, aggiunge due obiettivi 4K, l’alimentazione via cavo di rete e una protezione dalle intemperie superiore alla media, e non chiede un abbonamento per le funzioni che contano.
Il prezzo di listino è di 169,99 euro. Sullo store ufficiale Tapo Italia è in promozione a 149,98 euro. A queste cifre vale ogni euro, e se fosse per noi la compreremmo, magari affiancandola a una C660 KIT nei punti del giardino dove il cavo non arriva. Il nostro voto è 8,5 su 10: il punto e mezzo che manca lo perde soprattutto per colpa dell’audio.
La consigliamo a chi ha una casa con giardino, un vialetto o un cortile da sorvegliare e può far arrivare un cavo, preferibilmente di rete, fino al punto di installazione. La consigliamo anche a piccoli uffici, negozi e laboratori che vogliono tenere d’occhio un ingresso o un parcheggio, magari integrandola in un NAS esistente grazie al supporto ONVIF. Non la consigliamo a chi non ha alcuna possibilità di cablaggio, che troverà nella C675D KIT o nella C660 KIT una risposta migliore. Non la consigliamo nemmeno a chi gestisce la casa dall’app Apple, né a chi possiede già un impianto Reolink con videoregistratore.
Con le giornate che si accorciano, è il momento giusto per pensarci: una telecamera montata a novembre lavora già per tutto l’inverno, quella montata a marzo ha perso i mesi in cui serviva di più.