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Roma: solo Fabrizio può raccontare De André

Le storie, certe storie, bisogna saperle raccontare. Puoi avere sottomano la storia più bella del mondo, ma se ti manca quella qualità innata di saper affascinare chi ti ascolta è tutto inutile.

Fabrizio De André, prima ancora di essere un grande della musica italiana del Novecento, è stato un grande raccontatore di storie. E forse non è un caso che Teresa Marchesi, giornalista del Tg3 e regista del documentario “Effedia – Sulla mia cattiva strada”, presentato ieri in anteprima mondiale al Festival del Cinema di Roma, abbia lasciato che fosse De André stesso a raccontarsi, attraverso i rari momenti della vita in cui accettò di farsi riprendere. E attraverso le sue canzoni. O meglio, le sue storie.

[oblo_image id=”1″]E l’effetto si è visto. Perché nella sala Petrassi dell’Auditorium ieri più di uno spettatore aveva gli occhi lucidi. Certo, la platea era piena zeppa di “devoti” di De André, ma il brivido collettivo era comunque palpabile. E la standing ovation di cinque minuti tributata da tutto il pubblico non ha fatto che confermare questa sensazione. “Abbiamo voluto lasciare che le immagini e l’audio parlassero da soli – ha detto Dori Ghezzi, vedova del cantautore genovese e produttrice del lungometraggio – e il risultato è che da documentario il film si è trasformato in una passeggiata per mano a Fabrizio, quasi in una favola. Io e Teresa durante il montaggio facevamo fatica a non piangere. E stasera ci siamo accorte che quello che stavamo provando non era un sentimento dettato solo dall’affetto diretto che provavamo per lui, vista l’emozione che ha suscitato in sala”.

Un omaggio a quasi dieci anni dalla morte al Bob Dylan italiano (anche se secondo Fernanda Pivano è Dylan ad essere il Fabrizio De André americano) attraverso le immagini della sua Genova, della sua solitudine e del suo andare sempre in direzione ostinata e contraria. Come quando nel 1992 rifiutò di partecipare alle celebrazioni del cinquecentenario della scoperta dell’America dicendo “a me risulta che Colombo in America abbia trovato della gente che già stava lì da secoli. Quindi al massimo si potrebbe parlare di ri-scoperta. E c’è poco da festeggiare in un evento che ha portato allo sterminio di un popolo intero come gli Indiani d’America”. Non male, per un genovese.

In sostanza, “Effedia” è un documento importante per chi voglia capire davvero chi fosse Fabrizio De André: un artista che scuoteva, e scuote, la mente e lo stomaco, che però non si definiva poeta. Perché, come racconta nel documentario, “Benedetto Croce diceva che fino a 18 anni tutti si dilettano di scrittura. Dopo i 18 anni quelli che continuano a scrivere o sono poeti o sono cretini. Io precauzionalmente mi definirei un cantautore”.

Un documentario talmente coinvolgente che ha lasciato le briciole al secondo evento che completava la giornata-tributo a De André al Festival di Roma. Perché, anche se “Amore che vieni, amore che vai” di Daniele Costantini è tratto da un libro dello stesso cantautore genovese in coppia con lo psichiatra Alessandro Gennari, manca quel pathos, quella partecipazione che nasce dal distacco assoluto che caratterizzava tutto ciò che faceva De André. Bravi Fausto Paravidino, Filippo Nigro, Donatella Finocchiaro e Tosca d’Aquino, ma non riescono a sollevare le sorti di una pellicola che ha un difetto “familiare”: quello di essere una storia raccontata male.

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