Rapporto cinema/suicidio: se ne parla a Ferrara

0
51

[oblo_image id=”2″]Presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara si è svolto ieri il secondo incontro del ciclo “Anatomie della mente”, che aveva per titolo “Suicidio e cinema”. Le conferenze sono state organizzate dal professor Stefano Caracciolo, psichiatra, psicologo e docente di Psicologia Clinica presso la Facoltà di Medicina e chirurgia, e dal dott. Enrico Spinelli, direttore della Biblioteca Ariostea.Il tutto ha avuto inizio nell’insolito ma significativo scenario del Teatro anatomico, un’aula ottagonale con gradinate lignee, costruito nel 1731 per ospitare le lezioni di anatomia. Un passaggio breve per oratori e pubblico che ha introdotto perfettamente il tema trattato, quello tra la morte autoinflitta e le sue forme di spettacolarizzazione. Il fenomeno della messa in scena di un evento tragico può risultare macabro eppure l’antropologia ci insegna quanto siano preziose le forme rituali, più o meno teatralizzate, per l’elaborazione del lutto. D’altro canto anche l’arte ha sempre rappresentato il trapasso in tutte le sue forme, così come ne è stato rapito il cinema sotto diverse angolazioni.

[oblo_image id=”1″]Il percorso del prof. Caracciolo si è concentrato sul tema del suicidio, come problema medico e psicologico ma anche come questione sociale. Ripercorrendo le opere di grandi registi, ne ha mostrato le differenti visioni del fenomeno, che abbraccia non solo l’atto realizzato ma anche quello legato al solo tentativo. L’apertura è stata dedicata ad Akira Kurosawa che nel film Rashomon richiama la tradizione giapponese dell’hara-kiri, ovvero il suicidio rituale. In questo film il regista affronta il tema conducendo lo spettatore in una ricerca della verità che sembra restituire alla vittima tutto l’onore per esser ricorso all’esiziale gesto.
Kurosawa, che il suicidio l’aveva cercato personalmente, ritorna sul tema con un riferimento all’arte e a uno dei maggiori pittori del Novecento: Van Gogh. In uno degli episodi del film Sogni, dal titolo I corvi, entra nei dipinti dell’artista olandese, quasi a ricercarne l’ossessione estetica per la natura, per la sua descrizione e rappresentazione. Qui il suicidio, che mise fine alla vita dello stesso Van Gogh, assume quella prospettiva di inquietudine esasperata, sintomo di un malessere che spesso è legato alla creatività. Lungo l’elenco, infatti, anche degli scrittori che cercarono la morte, e lo stesso Caracciolo ne ha citato alcuni, volendo sottolineare i nomi di Primo Levi, Cesare Pavese, Yukio Mishima e Sylvia Plath.

Al centro dell’interesse, grazie anche all’intervento del Dott. Davide Fabbri, Direttore dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, è stata non solo il ruolo che il gesto di auto-annientamento gioca sull’ispirazione del regista o dell’artista in genere, ma anche di quella direzione inversa che registra fenomeni di tragica imitazione del suicidio rappresentato. Si parla a tale proposito di “Effetto Werther”, ricordando gli esiti che il romanzo di Goethe si presume abbia provocato su molti giovani e che poi si è ripetuto con altri romanzi e film. Ma è davvero giusto imputare a opere di fantasia la responsabilità di così gravi conseguenze? È davvero possibile che testi e immagini possano, da soli, esercitare una tale influenza sulla psiche umana? Il dubbio è forte ed è lecito pensare che l’insinuazione di un desiderio così estremo possa in realtà insinuarsi in una personalità già instabile e particolarmente fragile.

Ricordati anche il cortometraggio-inchiesta di Michelangelo Antonioni Tentato suicidio, inserito come episodio nel film L’amore in città, e la Madama butterfly di Cronenberg , in cui il suicidio è fortemente passionale, ispirandosi al celebre melodramma pucciniano.
Infine, il tema del kamikaze che ritorna nel film Paradise now di Hany Abu-Assad è quello attuale dell’estremismo islamico e traccia il cambiamento profondo del suo significato, che se nella tradizione giapponese aveva un valore legato al disonore oggi si trasforma in una immolazione religiosa che passa per l’espiazione.
Grande assente, tra i registi, Abbas Kiarostami che ha dedicato ne Il sapore della ciliegia, un’attenta e poetica riflessione sulla storia di un suicida che cerca un semplice testimone al suo ultimo gesto e una collaborazione per una piccola sepoltura.

I prossimi incontri del ciclo “Anatomie della mente” si terranno:
bf- bfGiovedi 24 gennaio 2008, ore 16,30 – 19
Elogio della Gentilezza. Medici e Pazienti alla ricerca di nuove alleanze (terapeutiche)
– Giovedi 21 febbraio 2008, ore 16,30 – 19 Lo specchio dell’anima. I Neuroni ‘Mirror’: Neurofisiologia e Psicologia dell’empatia
– Giovedi 28 febbraio 2008, ore 16,30 – 19 Il Vate a Ferrara: Parisina d’Este e le frequentazioni ferraresi di Gabriele D’Annunzio