Il Mondiale per Club e l’eurocentrismo FIFA

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In questi giorni si sta svolgendo in Giappone il Mondiale per Club, il nuovo format della vecchia Coppa Intercontinentale. Finalmente, dopo 44 anni, la FIFA si è accorta della non democraticità della vecchia versione del torneo la quale prevedeva come unici partecipanti solo due squadre: una sudamericana e l’altra europea. A qualificarsi per tale competizione erano la vincente della Champions League (vecchia Coppa dei Campioni) per il nostro continente, e la vincente della Coppa Libertadores per il sud America. A tutte le squadre degli altri continenti (Asia, Africa e Oceania) più il nord America era sistematicamente e preventivamente preclusa la partecipazione. Bell’esempio per l’organo mondiale del calcio che, prima ancora di organizzare “media events” a fini commerciali, dovrebbe essere il principale promotore dei valori dello sport quali rispetto per l’avversario, eguaglianza, democrazia ecc. Finora la FIFA non ci aveva fatto bella figura. Ma agli errori si sa, c’è sempre tempo per rimediare. Certo, 44 anni sono forse troppi, ma come si dice, sempre meglio tardi che mai.

[oblo_image id=”4″]Ma per schiarirci le idee vediamo nel dettaglio il format attuale. Oltre agli europei vincitori della UEFA Champions League e ai sudamericani detentori della Coppa Libertadores, che fino al 2004 si contendevano in gara unica la Coppa Intercontinentale, al Mondiale per Club prendono parte altre cinque squadre: i campioni centro-nordamericani della CONCACAF Champions Cup, quelli africani della CAF Champions League, quelli asiatici della AFC Champions League, quelli oceanici dell’OFC Champions League, e, da quest’anno, i vincitori del campionato nazionale della federazione che ospita il torneo (attualmente, e fino al 2008, la J League giapponese). L’attuale formato del Campionato mondiale per club, in vigore dall’edizione di quest’anno, prevede un turno eliminatorio preliminare tra la squadra vincitrice della OFC Champions League, che non ha più l’accesso diretto nel torneo, e la squadra campione del campionato nazionale della federazione che ospita il torneo. La vincente di questo turno si aggiunge alle squadre vincitrici dei tre tornei continentali di Nord-Centro America, Africa e Asia. Con queste quattro squadre sono creati due accoppiamenti eliminatori, che costituiscono il primo turno, determinati per sorteggio. Alle semifinali accedono i vincitori del primo turno e, di diritto, i detentori dei trofei continentali di Europa e America del Sud. È previsto inoltre, lo svolgimento della finale per il terzo e quarto posto.

Insomma, se pur con qualche scoria di antidemocraticità (accesso di diritto alle semifinali per le squadre di Europa e Sud America) e con qualche regola discutibile (accesso alla competizione anche della vincente del campionati che ospita il torneo) l’attuale format è molto più accettabile. È giusto dare la possibilità di partecipare, concedere la vetrina di un grande evento, fosse proprio il più importante del mondo a livello di club (checché se ne dica in giro) anche a squadre di nazioni con tradizione calcistica inferiore a quella europea e sudamericana. Questo è ancor più vero se si considerano due elementi: le folte colonie di giocatori soprattutto africani, ma anche asiatici (un po’ meno oceanici e nordamericani) che affollano campionati europei (non saranno mica brocchi?) e gli stenti patiti finora da Boca e Milan nel superare rispettivamente i tunisini dell’Etoile du Sahel e i giapponesi degli Urawa Reds Diamonds. Uno striminzito 1-0 per entrambe, che, al di là della prestazione, dimostra come è stato sbagliato escludere squadre del resto del mondo per ben 44 anni.

[oblo_image id=”1″]Se andiamo a vedere nelle precedenti edizioni infatti, non solo le squadre europee non hanno mai vinto (il Mondiale per club s’intende, non la Coppa Intercontinentale) ma solo due volte, abbiamo assistito a loro vittorie di larga misura: nel 2005 il Liverpool, prima di perdere la finale con il San Paolo, vinse in semifinale per 3-0 contro i costaricani del Saprissa; nel 2006 invece, il Barcellona, anch’esso perdente poi all’ultimo atto con l’Internacional di Porto Alegre, vinse 4-0 con i messicani dell’America. Se prendiamo in esame poi anche la prima edizione sperimentale del 2000 che vide il Real Madrid impegnato anche nella vecchia Coppa Intercontinentale (che casino quell’anno!), anche lì emergono risultati deludenti per le compagini europee. La corazzata spagnola infatti, prima perse l’Intercontinentale contro il Boca, poi, insieme con il Manchester United, non fece granché bella figura nel proto-Mondiale per Club. Nella stranissima formula adottata quell’anno (ma ripetiamo era solo un esperimento) nessuna delle due squadre europee arrivò prima nel rispettivo girone, e non partecipò per questo, alla finale che invece fu tutta brasiliana fra Corinthians e Vasco da Gama. In quella edizione, il Real vinse sì 3-1 con gli arabi del Al Nassr, ma pareggiò 2-2 con i futuri campioni del Corinthians, e addirittura perse con i marocchini del Raja Casablanca subendo ben 3 gol (finì 3-2). Nella finale per terzo e quarto posto poi fu sconfitto anche dai messicani del Nexaca (1-1, poi 4-3 ai calci di rigore). Ma i Red Devils non furono da meno. Pareggiarono 1-1 con i messicani del Nexaca (ancora loro!), persero 3-1 con il Vasco da Gama e chiusero il girone terzi vincendo solo con gli oceanici del South Melbourne (2-0).

[oblo_image id=”3″]Ma le squadre extraeuropee (certo, un po’ meno quelle sudamericane, ma d’altronde bisognava trovare qualche sfidante per la vincente della Champions) non erano così scarse da rendere inutile la loro partecipazione alla coppa perché tanto avrebbero soltanto raccolto delusioni e subito “goleade” contro le più forti e inarrivabili formazioni del vecchio continente? Perché allora, in questa come nelle altre edizioni (per la verità ancora poche, solo 3) del Mondiale per Club, non abbiamo assistito a larghi successi e a trionfi europei? Perché sono arrivati questi miseri 1-0 freschissimi (il 12 e 13 dicembre) di Milan e Boca contro Etoile du Sahel e Urawa Red Diamonds?

[oblo_image id=”2″]Per chi mastica un po’ lo sport non è tanto difficile capirlo. Perché nel calcio, e nello sport in genere, oltre alla tecnica e al parco giocatori di cui una squadra dispone, conta moltissimo la testa. Testa intesa non come volontà ed impegno (si spera sempre presenti e sempre massimi in atleti professionisti, anche se a volte non è così), ma come capacità di tenere a bada tensione e pressione. Due componenti che possono giocare brutti scherzi e che si insinuano pericolosamente nella mente dei giocatori soprattutto prima di eventi importanti, di partite fondamentali, di manifestazioni di grande richiamo, come appunto il Mondiale per Club. Ecco allora che incontri sulla carta facilissimi per Boca e Milan, si trasformano in ostacoli quasi insormontabili da superare. Ecco perché le semifinali di questo Mondiale per Club sono finite soltanto 1-0 e hanno fatto registrare poche emozioni. Se queste due partite si ripetessero altre mille volte come amichevoli o anche solo come semplici turni di campionato, Boca e Milan non vincerebbero, stravincerebbero. Ecco perché la finale con lo stesso Boca, sarà per il Milan una partita difficilissima anche se il divario fra le due squadre è enorme ed evidente. D’altronde molte volte sentiamo dire che un bravo allenatore è anche, e forse soprattutto, un bravo psicologo. Capito perché? Semplice no?