“La lupa e la sfinge”: i rapporti fra Roma e l’Egitto

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La Piramide Cestia, i leoni di pietra ai piedi della scalinata del Campidoglio, gli obelischi svettanti al centro di varie piazze, il grande mosaico del Nilo nel Santuario della Fortuna a Palestrina, il Canopo (ovvero la ricostruzione di un braccio del delta dello stesso fiume) nella Villa Adriana di Tivoli: sono solo una parte dei reperti che dimostrano la forte influenza della raffinata civiltà egizia nel territorio romano.

L’evento artistico “La lupa e la sfinge” si propone appunto di ripercorrere, partendo dal I secolo a.c. per arrivare all’Età dei Lumi, tutte le fasi di questo continuo scambio culturale. É interessante notare che, mentre nella capitale permangono tuttora i segni del culto di Iside, in Egitto invece non rimane quasi nulla che testimoni l’assoggettamento alle tradizioni romane. Insomma, è come se il fascino di questa nazione africana fosse sempre riuscito a convertire i conquistatori con la sua indiscussa maestà. La stretta connessione che si venne a creare fra le due culture, inoltre, dipendeva da un fattore ideologico: dal Rinascimento al XVIII secolo, infatti, era normale accomunare il potere papale con quello degli antichi faraoni, dal momento che entrambi erano considerati di attribuzione divina.

Il percorso si apre con l’esposizione delle statue romane e dei busti di alcuni imperatori (es. Nerone e Domiziano), che amavano farsi ritrarre sia nella classica posa della ritrattistica imperiale che sotto le sembianze di certe divinità egiziane. Le due rare teste marmoree del condottiero Antonio e della regina Cleopatra rendono omaggio alla storia d’amore fra i due storici personaggi, avvenuta proprio grazie agli intensi rapporti intercorsi fra i loro paesi.

Le prime raffigurazioni orientali conservatesi fino ad oggi, invece, sono del 100 a.c. circa: fra di esse, una statuetta in terracotta di Iside, uno splendido sacerdote in marmo rosso e l’enigmatica statua di Osiride Chronocrator, trovato alle pendici del Gianicolo e appartenente alle collezioni di Palazzo Altemps. Le statue – personificazioni del Nilo, simboleggiato dalla Sfinge, e del Tevere,[oblo_image id=”1″] con la Lupa, Romolo e Remo, sono state create per volere dell’imperatore Adriano, indiscusso amante della cultura egizia.

Tale suggestione non accennò a diminuire neppure in epoca medioevale. Appartiene a questo periodo, per esempio, la Sfinge proveniente dal Museo Civico di Viterbo, che probabilmente aveva la funzione di decorare qualche chiostro o monumento sacro.

Una delle opere più preziose della mostra e del Museo Egizio di Torino è la Tabula Bembina o Mensa Isiaca, apparsa per la prima volta sul mercato durante il Sacco di Roma nel 1527. Si tratta di una grande lastra di bronzo, riportante una iscrizione in geroglifici e delle raffigurazioni sul culto egiziano. Risalgono al Cinquecento pure il Messale Colonna (dalla John Rylands University Library di Manchester) e il disegno dello Städel Museum di Francoforte, utilizzato da Pinturicchio per affrescare l’Appartamento Borgia in Vaticano.

Ad aprire la sezione dedicata al Seicento, è stato scelto un quadro molto significativo del pittore francese Nicolas Poussin, [oblo_image id=”2″]che non a caso rappresenta il Riposo dalla fuga in Egitto (Ermitage, San Pietroburgo). L’aspetto della popolazione che accoglie la Madonna, San Giuseppe e Gesù Bambino, e il tipo di edifici sullo sfondo della composizione, indicano chiaramente il luogo in cui si svolge la scena. In aggiunta, sono stati riuniti per l’occasione diversi pezzi della collezione del primo rilevante egittologo, ovvero Athanasius Kircher: fra essi spiccano i modelli lignei degli obelischi romani, ora proprietà del Liceo Visconti di Roma.

Una illustre personalità del Settecento, positivamente colpita dalla decorazione egiziana, è stata senza dubbio quella di Giovanni Battista Piranesi. Mentre altri critici accusavano questo stile di una certa “durezza”, egli affermava che quest’ultima fosse dovuta alla “solidità richiesta dalla solidità dell’architettura”, nella quale i capricci egittizzanti erano inquadrati. Egli stesso, poi, decise di adottare tale tendenza nella serie di incisioni Diverse maniere di decorare i camini (Roma, Istituto Nazionale per la Grafica).

Nell’ultima sala, infine, gli organizzatori hanno cercato di ricostruire in piccolo le sembianze originarie della Sala Egizia della Galleria Borghese, riunendo le tre tele di Tommaso Maria Conca (tuttora collocate sulla parete ovest dell’ambiente) alle sculture di Iside[oblo_image id=”3″] ed Osiride (1780) di A.G. Grandjacquet, acquisite dal Museo del Louvre di Parigi ed espressione di un singolare gusto neoclassico.