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Iron Man di Favreau: il vitale battito del metallo

Iron Man
di Jon Favreau
U.S.A., 2008
Nomination: miglior montaggio sonoro, migliori effetti speciali

[oblo_image id=”1″]Ispirato alle tavole di Stan Lee, Larry Lieber, Don Heck e Jack Kirby, Iron Man, diretto da Jon Favreau, mette in scena un altro classico della Marvel Comics. Stavolta il potere del supereroe deriva dalla tecnologia (un’armatura metallica alimentata da un rivoluzionario congegno energetico), e dalla sua genialità nel saperla sfruttare. Pertanto, sembra quasi delinearsi un sogno superomistico dalla grande accessibilità, dato che non coinvolge abilità piovute dal cielo ma indica una via meno fantascientifica per ottenerli. Inoltre si apre una similitudine forte anche con quel filone narrativo, in cui tutti gli eventi sono innescati da una rivoluzionaria invenzione, dalla sua potenzialità economica e dalla conseguente bramosia dei protagonisti. Infatti il potere speciale dell’eroe perde la sua inalienabilità e si rende disponibile agli appetiti del cattivo di turno (il nucleo energetico di Tony viene rubato dal suo socio Obadiah Stane).

In quanto alla costruzione del personaggio di Iron Man, il regista configura la consueta mutazione dell’uomo in eroe, capovolgendo l’idea retorica del “cuore” umano. Un cuore che riceve vita ma anche calore, sensibilità e sentimento non da una materia “naturalmente” vitale ma in seguito a una trasformazione in involucro metallico (quella piastra magnetica impiantata dal dottor Yinsen), quindi, realizzando un raffreddamento a livello cromatico che rafforza un capovolgimento a livello semantico.
[oblo_image id=”3″]Visivamente, infatti, l’aspetto grigio-azzurro del metallo contribuisce ad enfatizzare tale inversione, già saldamente introdotta dall’idea di utilizzare il ferro, avuta dagli autori del fumetto, per proteggere e rianimare il più umano degli organi (almeno secondo una rappresentazione classica che voleva il “cuore” quale sede della “mente” stessa).

Quel vano cilindrico, che accoglie il nucleo energetico, diventerà così luogo di un simbolismo affettivo (del cuore come sede mitica del sentimento), soprattutto nella scena in cui si stabilisce un particolare contatto fisico tra Tony e Pepper. La mano dell’assistente che entra nella piastra metallica di lui non fa che rimarcare l’“impressione” del mutamento interiore di lui, svelando l’attrazione amorosa tra i due. L’effetto visivo di questo gesto trasmette una sensazione tattile e quasi termica, che evoca percettivamente tutta la sua valenza emotiva, anche se il regista mantiene, giustamente (nel rispetto del genere), un tono ironico e leggero.
Questo simbolismo si conclude, poi, quando Tony chiede a Pepper di sbarazzarsi del vecchio cuore energetico, dopo averne costruito uno nuovo, più efficiente. Lei invece lo conserva e lo custodisce in una piccola teca di vetro, configurandone così il suo valore di dono (forse di pegno amoroso), che si rivelerà particolarmente prezioso in quanto gli salverà nuovamente la vita, costituendo la tappa finale della ritrovata sensibilità dell’uomo-eroe.

[oblo_image id=”4″]Infine, è interessante notare come anche il sonoro è utilizzato per avvalorare questa nuova “semantica cardiaca”. Il suono vitale e ri-umanizzante è infatti puramente elettrico (si percepisce soprattutto in una delle scene finali, quando lo sfrigolare della placca metallica ci dà la sensazione di una “resistenza” vitale). Il suono naturale, il battito, lo ascoltiamo invece solo nel momento del pericolo, quasi come sostrato fragile anche se ineliminabile della corporeità, capace di attivarsi (amplificato) per ricordarci la vera materia di cui siamo fatti.

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