HomeSpettacoloCinemaFatal Attraction: Glenn Close ne parla 20 anni dopo

Fatal Attraction: Glenn Close ne parla 20 anni dopo

Vent’anni dopo Fatal Attaction di Adrian Lyne sembra tornare di attualità in un’intervista che Glenn Close, una delle sue protagoniste, ha concesso a Radio Times. Il tema del tradimento affrontato con toni forti e tragici avrebbe scoraggiato, secondo l’attrice, parecchi mariti dall’atto fedigrafo. Ma il film va oltre questa presunta funzione dissuasiva.
[oblo_image id=”2″] La collocazione di genere ibrida è la prima traccia di una trama aperta. L’evoluzione della vicenda rivela di certo la sospensione e la tensione del thriller ma un thriller che assume connotazioni psicologiche ingombranti e risvolti di carattere sociale, fino ad incarnare metaforicamente la pandemia Aids, come insinuato anche da Alessandro Scarsella nel suo intervento critico dal titolo “Fatal attraction in Venice”.
Ancora, percorrendo questa contaminazione di genere, si approda a quel drammatico, che facilmente si tinge di melo-drammatico, con accenno ammiccante alla tradizione operistica ma più ancora a quel senso di appartenenza, tutto italiano, al sentimento del tragico. Siamo a New York, nel Central Park, dove sembra spirare un vento d’oltre oceano, e le note dell’opera lo rendono familiare, avvicendando al lago e al rigoglio arboreo l’accogliente loft, in cui si prepara un pranzo domenicale a base di ricette italiane. Sullo schermo vediamo gli Stati Uniti ma nelle sue pieghe si annidano l’Europa e il Giappone, ed è così nella stessa musica della Madame Butterfly di Puccini.

Dopo che si è consumato il tradimento l’azione acquista un nuovo movimento e il ritmo cresce. Il vento della pazzia sembra alzarsi proprio su quel lago, mutandosi in aria, che intona note d’addio e d’amore materno. È il finale dell’opera pucciniana e i versi della geisha abbandonata recitano:

O a me, sceso dal trono
Dell’alto Paradiso,
Guarda ben fiso, fiso
Di tua madre la faccia!
Che te’n resti una traccia.
Addio! piccolo amor!

[oblo_image id=”4″]L’attrazione cercata con la trama dell’opera è quello della trasfigurazione e della transcodifica. La differenza contestuale dei due drammi crea collisione, un effetto stridente che tuttavia non li separa perché nell’idea iniziale di Lyne c’era una vera e propria fusione poetica. Infatti un primo finale, poi censurato dalla produzione, concepiva il suicidio di Alex, che la scalzava da un immeritato ruolo espiatorio. Tutto era disegnato in una dinamica di flussi umani, in cui responsabilità e colpevolezza erano ridistribuiti in un groviglio di maggiore complessità.
La rivelazione patologica dell’amante respinta
, inoltre, si osserva attraverso un’interessante componente cromatica, particolarmente evidente in una delle scene più suggestive del film. Il montaggio alternato, mostra Alex seduta, con un volto trasfigurato dal pesante trucco, presso un lume che accende e spegne ripetutamente. Il passaggio dall’ombra alla luce, come l’alternanza cromatica dei suoi abiti, bianco e nero, cominciano drasticamente a svelare il suo incalzante squilibrio e lo fanno ancora con una sincronia musicale. Stavolta l’aria è tratta dal II atto della Butterfly. È un’invocazione al bambino, in forma di ninna nanna che si tinge dello strazio dell’abbandono. La scena che si giustappone a questa è briosa, ricca di disimpegno giocoso, e stride fortemente con la prima, fino a contaminarsi rudemente con essa, immergendo lo spettatore in un bagno audiovisivo che passa repentino dal caldo al gelato, senza evitare un risvolto comico, come da commento dello stesso regista.

Da sottolineare, infine, alcune visualizzazioni iterative dell’acqua, come elemento naturale che interagisce con le contratte vicende umane. Il suo rivestirsi di multiformità semantica è orientato ad un progressivo intorpidimento. Con filo sottile scorre a bagnare l’atto passionale, l’amore clandestino, in quantità straripante è invece nella scena finale, come forza che annienta e sommerge la violenza riparatrice. L’acqua, vitale solo nel lago, è contaminata e slitta verso il tahnatos, più che verso l’eros, fino a toccare un culmine nella scena del coniglio bollito, quel “bunny boiler” che definì, da allora, una “donna pericolosa, destinata a provocare guai”. Questo testimonia quanto il film fece parlare di sé. Ma quello che più colpisce dello stile registico di Adrian Lyne è quel senso di ironia che pervade le sue pellicole. Anche se le visioni più superficiali conservano memoria della sola violenza e del solo sesso, egli sa intessere la drammaticità e l’erotismo con tocchi di comicità e dissonanze tra serio e faceto, così confermando una lucida e raffinata visione delle relazioni interpersonali. Emblematica è la scena in metropolitana, in cui Alex confida a un Dan scolvolto il suo stato interessante, mentre sullo sfondo si scorge un manifesto pubblicitario, che ritrae l’immagine idilliaca e romantica di due amanti che brindano.

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