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Barbora Bobulova: la musa del cinema d’autore

Il ciclo di incontri alla Casa del Cinema di Roma, dedicato ai nuovi volti del cinema italiano, ha visto come sua ultima ospite l’attrice slovacca Barbora Bobulova, da anni musa del cinema d’autore italiano. Barbora ha l’aria riservata, seria, scrupolosa, anche un po’ misteriosa, ma di se stessa dice di essere assolutamente diversa da come appare, anzi si definisce pazza e un po’ folle, irrazionale e mai fredda. Barbora si è presentata al pubblico dopo la proiezione del film “La spettatrice” di Paolo Franchi, film bello e intenso, come lei, d’altronde.  Barbora è slovacca, ma da undici anni vive e lavora in Italia,  l’hanno voluta molti registi, e tutti l’hanno scelta per la sua grande classe, da Belloccio, a Alex Infascelli, a Ferzan Ozpetek, a Michele Placido, a Paolo Franchi, a Kim Rossi Stuart e tanti altri.

Come sei arrivata in Italia, qual è stata l’occasione che ti ha portato qui?

In Italia mi ci hanno portata. Studiavo in una scuola di teatro di Bratislava e alcune persone che si occupavano di casting cinematografici sono venuti lì a cercare un’attrice slovacca per un film e mi hanno scelta. Sono venuta qui da voi, ho girato il film ma sono poi tornata nel mio paese per finire gli studi. L’occasione decisiva è stata la chiamata di Marco Belloccio che mi ha voluta per un suo film, lì è cambiata la mia vita,  ho cominciato a costruirmi una carriera e sono rimasta qui da voi. Se non fosse andata bene sarei tornata a casa.

Il film di Belloccio ti ha cambiato la vita, tu dici, ma quando avevi cominciato la tua carriera di attrice?

A 12 anni, nel mio paese, andavo a scuola come tutti, ma ogni tanto mi sceglievano per qualche film,  fino a quando a 18 anni ho capito che era il mestiere che volevo fare, e così, per  farlo seriamente mi sono iscritta alla scuola di teatro di Bratislava.

Hai interpretato molti ruoli, certamente tutti diversi fra loro, ma c’è una costante nelle tue interpretazioni, le tue sono sempre di donne che hanno una doppia vita, è un caso?

E’ vero,  tutti questi personaggi mi hanno dato la possibilità di interpretare donne mai banali, mai semplici. Anch’io vorrei avere una doppia vita, anzi vorrei averne tante, e il mio mestiere mi dà la possibilità di farlo. Per certi versi la mia condizione di straniera qui in Italia è un po’ come avere una doppia vita,  integrarmi qui da voi non è stato semplice, ma oggi, quando vado nel mio paese, mi sento quasi un ospite.

Ti senti un po’ italiana quindi?

Comincio a pensare in italiano sì, con tutti i pregi e difetti degli italiani.

E quali  sono a suo avviso i pregi e i difetti degli italiani?

Mi dispiace dirlo, ma trovo che in Italia spesso ci si imbatte nella maleducazione di molti, li trovo un po’ aggressivi, un po’ presuntuosi… mi dispiace dirlo, ma è così. A Roma almeno è così.

Ci dica un pregio per uscire da questo imbarazzo…

Sono molti i vostri pregi, uno su tutti è la vostra innata capacità di rilassarvi anche quando non è facile, a volte per voi basta un piatto di spaghetti a mettervi di buon umore, questo è un pregio, da noi si riesce ad esserlo, spesso, solo dopo aver bevuto un barile di birra!

Che metodo usi per entrare nel personaggio?

Io credo che non ci sia un metodo applicabile a tutti. Ogni attore usa il suo, sceglie la strada più adatta per arrivare ad essere il personaggio che interpreta.  Per quanto mi riguarda per ognuno è stato diverso, dipende molto dal regista con cui lavori. A me piace essere guidata, diretta, adoro i registi che parlano molto,  mi piace assorbire e metabolizzare dentro di me tutte le informazioni che ricevo.

Sei un po’ la musa ispiratrice dei registri drammatici, ma hai anche girato  delle commedie, che differenza c’è fra questi set?

Sono set completamente diversi.  Quando si girano le commedie ci si diverte di più, si ride, si scherza, insomma è un po’ tutto più rilassante.  Sui set di film drammatici c’è decisamente più tensione,  non è che ci si diverta tanto.

Nella tua filmografia sono presenti molte opere prime, è un caso o sei diventata una sorta di porta fortuna per i giovani registi?

Nulla di tutto ciò, semplicemente, io scelgo le storie che mi interessano, i ruoli che mi coinvolgono emotivamente, e forse in questi anni, almeno per me, erano più interessanti le storie che mi proponeva i giovani autori, piuttosto che quelle dei registi affermati.  A volte è più bello essere diretti dai giovani,  sono più dolci, più delicati, non stanno dietro ad un monitor a gridare, come fanno alcuni grandi.  Poi gli attori sono una cosa molto fragile,  vanno maneggiati con cura,  un film può essere molto doloroso.

La maternità l’ha cambiata?

Sì, oggi sono più rilassata, meno ansiosa,  anche il mio lavoro lo vedo con occhi diversi.  Mi sento più sana, nel senso che non voglio più farmi del male, per lavoro intendo,  insomma non salto nel fuoco del pericolo.  Adoro il mio lavoro, è una specie di droga per me, non posso farne a meno, quindi non voglio sacrificare mia figlia per il lavoro, ma non ritengo nemmeno giusto sacrificare il mio lavoro per lei. Cerco di fare entrambe le cose con serenità.

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