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Australia, Luhrmann cavalca il sogno infinito

Australia
Un film di Baz Luhrmann
Australia/Usa, 2008
Nomination: migliori costumi

Un posto, una storia, un sogno. L’uomo senza uno di questi tre elementi è perso, nell’infinita vastità di una terra che affascina, divide, disorienta, e mette alla prova: l’Australia.

Una terra, la sua, che Baz Luhrmann ha deciso di raccontare tornando a casa dopo due pellicole visionarie come Romeo+Juliet e Moulin Rouge. Più che un film, una sfida, di linguaggio e immagine, che il regista ha rischiato di vincere.

C’è da dire che Luhrmann aveva alleati di un certo livello. Se il film si chiama “Australia” non è un caso: perché i veri protagonisti del film (senza nulla togliere agli altri “canguri” di ritorno come Nicole Kidman e Hugh Jackman, di cui si sconsiglia la visione alle signore con problemi di cuore) sono il mare, il deserto, le praterie, e soprattutto il cielo di un’isola che per molti rappresenta ancora un universo lontano e sconosciuto. Ancor di più in quei Territori del Nord intorno a Darwin, lontani da Sydney e Melbourne, dove ancora oggi si respira un’aria “diversa”. Un mondo magico, puro, ma al tempo stesso violentato nel profondo delle sue tradizioni.

E proprio questo è il secondo asso che il regista cala sul tavolo: raccontare una storia di cui in pochi hanno sentito parlare, quella delle “generazioni rubate”. Ovverosia tutti i bambini mezzosangue, metà bianchi e metà neri, che venivano strappati alle famiglie aborigene per essere istruiti alla “civiltà”. Una pratica che, ufficialmente, è andata avanti fino agli anni Settanta, e di cui il primo ministro australiano si è scusato con gli aborigeni solo un paio di anni fa. Non è un caso che Luhrmann affidi il racconto, che si svolge tra l’inizio della Seconda Guerra Mondiale in Europa e l’attacco giapponese all’isola subito dopo Pearl Harbor, proprio allo sguardo di uno di questi bambini. È un modo, intelligente anche mediaticamente, di sganciarsi da una vergogna commessa dai propri padri ma difficile da cancellare.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Perché purtroppo Luhrmann cade nella trappola del “polpettone”: due ore e mezzo di film sono difficili da riempire per chiunque, e purtroppo il film ne risente. Vuoi perché dopo un inizio “scoppiettante” e ironico si scivola sempre più verso qualcosa che assomiglia a un “Via col Vento” tra i canguri (la tenuta di Faraway Downs non ha niente da invidiare a Tara e alle Dodici Querce), vuoi perché ogni tanto il montaggio zoppica e i salti temporali si fanno un po’ difficili da seguire.

E poi, resta la traccia della grande tentazione in cui poteva cadere il regista: quello di portare le “caricature” di Romeo+Juliet e Moulin Rouge anche in questa cavalcata nel Nuovissimo Mondo. Il Mandriano di Jackman, il cattivo Fletcher, in parte anche “Lady Sarah” Kidman spesso camminano sul limite della farsa, per poi ricadere subito dopo nel melodramma. Ne viene fuori un cocktail un po’ disorientante, che lascia il senso dell’indecisione di Luhrmann sul “linguaggio” da adottare.

“Australia” resta comunque oltre la sufficienza, anche grazie alle splendide ricostruzioni e ai costumi (nominati agli Oscar), che nei film di Luhrmann difficilmente stonano. Chissà che sarebbe stato questo film, se il regista avesse scelto una direzione precisa. Certo è che non possiamo biasimarlo: la sua storia l’ha raccontata, e non è facile riuscire a non perdersi negli sconfinati Territori del Nord.

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