HomeSpettacoloCinemaUn treno per Darjeeling a caccia di spiritualità

Un treno per Darjeeling a caccia di spiritualità

[oblo_image id=”1″]The Darjeelin limited (Il treno per Darjeeling) pare volersuperare e mettere in gioco i limiti diquell’orizzonte di senso, in cui si è soliti imbrigliare le vicende umane esoprattutto quelle familiari.
Il treno di Wes Anderson è la chiara metafora del viaggiointeriore e collettivo veicolato da quello fisico. Un viaggio che vorrebbeportare a una certa stabilità perché condotto sulle guide fisse dei binari ferroviarima che finisce per approdare a un assurdo smarrimento del treno, suggerendo cosìl’inevitabilità dell’insicurezza e l’infondatezza dei percorsi programmati eriparati da imprevisti.
I tre fratelli Withman intraprendono un percorsoriconciliatore, infarcito di “patti”, col fine di raggiungere una nuova armoniafamiliare. È in gioco il meccanismo stesso della comunicazione che vienesmontato e analizzato grazie a un processo ironico forte ed efficace. Infattiquel nodo strategico che dovrebbero costituire il fondamento della relazionesociale, il patto appunto, viene forzato fino allo stremo, oltrepassando illimite della razionalità e ricadendo nell’assurdo e nella comicità.

Francis, il maggiore dei tre, è l’artefice di questoprogramma di rigenerazione spirituale, interpretando un’ossessione di controlloe spingendosi persino ad anticipare e a gestire i gusti e le preferenze deifratelli, con l’inevitabile collasso di quei ponti fittizi che aveva meditato.
Anche i fondamenti antropologici della comunità scivolano inquesto vortice iperconnettivo, come se riferimenti socio-culturali quali lecredenze, i costumi, le tradizioni fossero gadget turistici da acquistare eindossare come oggetti miracolosi e salvifici. Quella che Anderson mette incrisi è proprio questa struttura relazionale dell’umano e lo fa non tanto perun vezzo critico-polemico ma per re-inventare il significato di un viaggiodalla nobile meta ma dai mezzi precari e sgangherati.
[oblo_image id=”2″] Attraverso la volontà e un discreto bagaglio di risorse i Withman riescono allafine a rompere quel meccanismo accanito fatto di burlescaipocrisia in cui erano impigliati, per scoprire il piacere di una sregolatezzache viene ora a coincidere con quello della vera amicizia più che con la dovutadella fratellanza.

In particolare è il problema del rito di passaggio che i trefratelli sembrano affrontare, da quello estremo (la morte del padre e delbambino indiano al fiume) fino a quelli della nascita, a cui uno di essi,Peter, dovrebbe prepararsi perché sua moglie è incinta, ma che invece lo terrorizza,inducendolo quindi alla fuga. L’altro fratello, Jack, è invece imbrigliato inuna relazione sentimentale poco chiara, anticipatata nel corto che precede ilfilm: Hotel Chevalier, in cui i duesi incontrano in una camera d’albergo dove lei riesce a raggiungerlo dopo ilsuo abbandono. È il prologo del viaggio, quello che comincia a configurarsicome crisi personale ma che si profila più esattamente quale paralisicomunicativa. Si tratta di una specie di sospensione che disorienta e induce aperdere di vista l’altro, fino a non accorgersi del suo dolore. La battuta diJack, infatti, (lui confessa che sarebbe stato d’accordo se avessero fattol’amore e lei ne avesse sofferto) delinea esattamente tale disconnessionesociale, ovvero una reale incapacità di relazionarsi che produce un’esilarantedissonanza se pronunciata con espressione impassibile.
La stessa battuta viene poi ripresa in TheDarjeelin limited come il passaggio finale dell’ultimo romanzo di Jack, ilquale finalmente ne ammette l’aderenza alla vita reale. Egli cominciacosì ad affiorare una coscienza di questo distacco emotivo, trasformando l’attocreativo della scrittura in espediente terapeutico.

[oblo_image id=”3″]E’ l’abbandono delle valigie a farsi artefice dellaripartenza finale. La separazione liberatoria da quegli oggetti checostituivano l’ingombro della memoria permette loro di vivere e reinventare unarelazione reciproca, che finalmente cede il passo a quella fiducia tantorincorsa e agognata. Una fiducia che il legame materno aveva miseramente lacerato,data l’irresponsabilità incallita della genitrice, capace paradossalmente didedicarsi a chiunque tranne che ai suoi figli.
In tutto il film a riprendere la metafora di questa affannosaricerca di un rapporto umano sono gli stessi movimenti di macchina. Tutte lepanoramiche, infatti, spesso ansiose di scoprire i protagonisti della scena,sembrano incarnare questo desiderio di stabilire un contatto, di far funzionarequel legame che la cinepresa traccia visivamente. Un esempio tra tutti è lascena in cui i fratelli stanno aspettando l’autobus e gli abitanti del piccolovillaggio sono venuti a salutarli. Fa tutto la macchina da presa, spostandosi ascoprire man mano la piccola folla che si è formata attorno a tre fratelli, nonc’è bisogno di alcuna parola.
Infine, non si può non citare la breve apparizione di Bill Murray, qualeviaggiatore in ritardo che non riesce a salire sul treno in partenza. La suamaschera facciale esprime da sola l’irresistibile senso del grottesco chepermea l’intera pellicola.

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