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Si può fare: la misura incerta della normalità

[oblo_image id=”3″]Acclamato al Festival del cinema di Roma, è uscito nelle sale Si può fare di Giulio Manfredonia, un film che ci riporta negli anni ’80, alle conseguenze della contestata legge Basaglia, che portò alla chiusura dei manicomi. Un dinamico sindacalista (Claudio Bisio), si imbatte nella Cooperativa 180 (dal nome, anzi dal numero, dalla legge succitata), una struttura psichiatrica, in piena regola, travestita da cooperativa. Si tratta infatti proprio di un’emulazione, ovvero di un escamotage che permette a uno psichiatra, non allineato con le nuove teorie, di trasformare i soci in pazienti. L’ingenuità e l’istinto del nuovo direttore portano invece a un “disvelamento”, che riconduce i malati al proprio diritto di lavoro e di veto. A tale proposito è estremamente interessante come il potere comico del gesto collimi con quello rivoluzionario della nuova epistemologia basagliana, quasi a possedere gli stessi dirompenti meccanismi di base.

Il sottotitolo del film recita “da vicino nessuno è normale” che, oltre all’immediatezza ironica ispirata, induce a riflettere su quella distanza, sia fisica ma soprattutto culturale, che ci separa dal disagio mentale. Una distanza che questa pregevole pellicola cerca di ridimensionare, sondare ma soprattutto di ri-disegnare. Emblematico è infatti quel gioco di forme, misure e proporzioni attraverso cui il film rappresenta, cercandone una vera e propria visualizzazione, la complessa condizione della “pazzia”.
[oblo_image id=”1″]Tutta la creatività, repressa nella pratica sociale della reclusione e della sedazione, viene quindi rivoluzionata, sfociando in una pratica di assemblaggio di listelli da parquet. Al di là dello stereotipo bistrattato che suggerisce la contiguità pazzia-arte, ciò che emerge è il diritto di espressione, la necessità interiore di creare oggetti esteriormente percepibili, dando sfogo alla propria energia repressa. Ecco allora che le stereotipie comportamentali, le insicurezze e le sensibilità iperattive diventano meravigliosi collage e mosaici astratti, nei disegni lignei dei pavimenti.

Il simbolismo contenuto in questa trasformazione è fortissimo: così come i pezzi di legno, che erano considerati di scarto, diventano una composizione creativa, nello stesso modo le abilità emarginate (scartate) dei malati mentali si inseriscono nel mercato lavorativo, da leader. Non solo. In gioco è lo stesso concetto di ordine, che spesso imposto in maniera ossessiva dai vincoli sociali e dalle repressioni familiari (vedi la situazione di Gigio), si disarticola nella mente dei protagonisti, producendo creazioni impreviste e risultati inaspettati. Ciò che questo film lascia trapelare è quindi la precarietà di un ordine statico e rigido, nonché la necessità di rigiocare ogni modello di comportamento in riassestamenti nuovi, cambiandone il punto di vista. Tutto ciò in linea con il pensiero di Basaglia, che considerava la pazzia non una malattia ma una condizione comune a tutti.

[oblo_image id=”2″]Un altro messaggio particolarmente forte, che il film esprime, è quel contrasto tra lentezza artificiale, indotta dalle terapie farmacologiche, e velocità creativa, che pur sommessa comunque sopravvive e urla di esistere. Il passaggio dalla prima alla seconda condizione si rivela, significativamente, attraverso quell’errore nell’attaccare i francobolli. Nello scopre infatti che sfogliando velocemente le buste da lettera la loro sequenza forma un disegno. È un omaggio al cinema stesso, al suo principio realizzativo, alla sua preistoria. Infatti lo scorrere veloce dei fogli produce proprio quell’effetto visivo che si sperimentò con il taumatropio o il fenachistiscopio e che condusse poi a concepire la proiezione filmica.

Si può fare
è una commedia che convince, perché sembra offrirci tutto gli elementi della storia vera a cui si ispira, ovvero tenendo i piedi per terra, anche quando si protrae verso spunti favolistici. Nella colonna sonora, a sottolineare ciò è il brano di Eduardo Bennato L‘isola che non c’è, che in uno degli ultimi versi recita: chi ci ha già rinunciato/ e ti ride alle spalle/ forse è ancora più pazzo di te. Credere nel cambiamento è insomma un elemento vitale e la fantasia non è un orpello estraneo alla realtà, ma, al contrario, incarna proprio quel potere di osare (da pazzi non farlo!), che serve alla realtà stessa per reinventarsi, per progettare il cambiamento, riformulando quegli schemi culturali e sociali ormai diventati sterili e obsoleti.

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