HomeSpettacoloCinemaRoma, la "perdita d'innocenza" del Salento

Roma, la “perdita d’innocenza” del Salento

C’era una volta una terra in cui il tempo scorreva lento. In cui i bambini si rincorrevano sui tetti delle case, in mezzo ai pomodori lasciati a seccare al sole. In un tempo non lontano, non più tardi della fine degli anni ’60, questo era il Salento. Terra agricola, permeata da una cultura secolare e radicata nel cuore e nelle menti di chi ci abitava. Poi, un paio di decenni dopo, arrivò il miraggio dei soldi facili. Il contrabbando. La Sacra Corona Unita. E quella cultura fu come spazzata via.

Questo mondo, questo cambiamento Edoardo Winspeare, regista salentino di padre inglese, lo conosce bene perché l’ha vissuto. E nel suo “Galantuomini”, arrivato al Festival di Roma dopo un passaggio al Sundance Film Festival, lo racconta con la cognizione di chi sa. “Galantuomini è la storia di una terra che ha perso la sua innocenza – dice lo stesso Winspeare – Una terra che ha visto in pochi anni scomparire un tessuto sociale antico, sconvolto da una barbarie che ha travolto tutto. Anche i sentimenti”.

Giusto, anche i sentimenti. Perché Galantuomini è anche una storia d’amore tra un giudice che ha scelto di combattere quella barbarie che sta sconvolgendo la sua terra, e una donna che invece è inesorabilmente caduta nel vortice della rovina fino a diventare uno dei capi della malavita locale. Due amici d’infanzia riuniti da una tragedia comune che riscoprono una passione un tempo sopita che li porterà entrambi a un passo dal tradimento di ciò in cui credono, sia esso il bene o il male.

Seconda pellicola “pugliese” al Festival dopo “Il passato è una terra straniera” di Daniele Vicari, “Galantuomini” è un film che fa male. Perché, come sarebbe forse piaciuto a quel Giovanni Verga autore di una novella che porta lo stesso nome, è un’epopea di vinti. Dal giudice, interpretato da un bravo Fabrizio Gifuni, a cui non bastano gli anni milanesi passati lontano dalla sua terra in disfacimento, alla splendida boss Donatella Finocchiaro che non può ascoltare le ragioni del cuore perché ormai troppo “sporca” dentro. Metafora di una terra di confine violentata nella sua anima mentre ballava sulle note di una pizzica.

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