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Roma, caos calmo al Festival del Cinema

Col senno di poi si potrà dire che non c’era film migliore per aprire il terzo Festival del Cinema di Roma. Non perché L’uomo che ama di Maria Sole Tognazzi sia un capolavoro (intendiamoci, non è neanche un obbrobrio), ma perché lascia addosso la stessa sensazione che si prova a passeggiare in questi giorni per i vialetti intorno all’Auditorium di Renzo Piano: confusione.

La prima cosa che viene da chiedersi è: È qui la Festa? Chiedendo scusa a Jovanotti per la citazione, di festaiolo alla rassegna romana di quest’anno sembra esserci poco. Dev’essere per quello che l’hanno trasformato in Festival. Star in fuga (Keira Knightley non verrà a presentare The Duchess), cartucce buone sparate fuori tempo (vedi Al Pacino che è passato dal Campidoglio, visto che il neosindaco Alemanno ha deciso di starsene lontano dall’Auditorium lasciando “la passerella agli attori), scivoloni del presidente Rondi che in conferenza stampa di presentazione si è lasciato andare a uno “speriamo che vinca un film italiano” che non è risultato troppo ospitale ai concorrenti venuti da lontano.

Purtroppo c’è come il senso che questa Festa-Festival siano in molti a non volerla più dopo solo tre edizioni. Nonostante il buon successo, pur nelle difficoltà organizzative, delle due precedenti, può darsi che l’uscita di scena del suo demiurgo Walter Veltroni abbia dato forza a tutte le perplessità che fin dall’inizio avevano accompagnato una creazione così “politica” dell’ex Festa del Cinema. E così, quando a Roma il vento è cambiato, anche la Festa è finita nella tempesta. Con buona parte degli operatori internazionali del settore che ancora si chiedono, confusi per l’appunto, per quale oscuro motivo una manifestazione internazionale debba divenire ostaggio di una scaramuccia politica locale. Misteri italiani.

Tornando al film, al di là di una Monica Bellucci che ha monopolizzato l’attenzione generale nel primo ruolo di amante rifiutata (per la serie: c’è sempre una prima volta) e che però non lascia un gran segno, l’opera seconda della piccola Tognazzi è interessante per almeno un paio di motivi. Primo, grazie a due interpreti come Pierfrancesco Favino e Ksenia Rappoport (che, con tutto il rispetto per la Bellucci, è una signora attrice) che riescono a tenere alta la tensione della difficile comprensione in ogni duetto. E poi grazie a una splendida fotografia che rende benissimo il senso di inadeguatezza mista a spavalderia del personaggio di Favino, buona metafora dell’uomo moderno senza punti di riferimento. Un uomo che non si sentirebbe fuori dal coro nel paradossale caos calmo dell’Auditorium.

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