“Io faccio un lavoro bellissimo. Ogni tanto mi riguardo e penso: guarda che fortuna”. Giuseppe Calabrese, per tutti Peppone, lo dice con la meraviglia di chi non ha smesso di stupirsi. Ospite del nuovo episodio del vodcast dell’Adnkronos, disponibile in versione integrale sul sito www.adnkronos.com e sul canale YouTube dell’Adnkronos, il volto Rai di ‘Linea Verde’ e ‘Camper’ parla con la consapevolezza di chi sa che raccontare l’Italia, quella vera, è molto più di un mestiere: è una responsabilità. L’ultimo riconoscimento, quello di Ambasciatore della Cucina Italiana nel Mondo conferitogli dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, è arrivato inaspettato. “Ero stato invitato per parlare di agricoltori e contadini, in un momento così delicato. Poi, a un certo punto, si presenta e mi dice: sei Ambasciatore della Cucina Italiana nel Mondo”, spiega. La sorpresa, l’emozione, tanti ragazzi in piedi: “Mi sembrava di essere tornato allo stadio”. Sì, perché Peppone è anche un ultrà autentico del Potenza Calcio, orgogliosamente primo tifoso della propria città.
Ma dietro il personaggio televisivo c’è una persona ben conscia del momento di difficoltà che, da nord a sud, sta attraversando il nostro Paese, una convinzione che attraversa ogni sua parola: “La spesa è un atto politico, non partitico”, dice. Scegliere cosa mettere nel carrello significa dunque decidere quale agricoltura sostenere, quale paesaggio preservare, quale futuro lasciare ai territori. “Mi piacerebbe che tutte le famiglie tornassero a fare la spesa nei mercati o cominciassero a guardare le etichette, responsabilizzando anche i figli”. È qui che il racconto si fa quasi una dichiarazione d’amore. “L’agricoltore è un piccolo eroe, dobbiamo farlo sentire sacro”. E per comunicare davvero, avverte, bisogna saper fare un passo indietro: “La differenza tra essere vivi ed essere umani è riuscire a dialogare con l’altro, coltivare empatia. Il momento sacro è quando riesci ad ascoltarlo veramente”.
La storia di Peppone, del resto, comincia molto prima delle telecamere. C’è nonno Peppe, allevatore, casaro, uomo di transumanze. C’è un padre medico, una famiglia trasferitasi a Potenza, le campagne progressivamente lasciate sullo sfondo. Finché, dopo la morte del padre, una successione ereditaria svela una verità quasi incredibile: “Ci siamo resi conto che avevamo le terre e non sapevamo neanche dove fossero”. Da quella scoperta nasce un ritorno alle origini. Calabrese recupera la storia del nonno, cerca i piccoli produttori, li porta nel proprio ristorante e scopre che le persone si innamorano non solo dei piatti e degli ingredienti ma delle storie che ci sono dietro. Con un agricoltore fa rinascere persino la lenticchia di Potenza, un ecotipo locale che rischiava di scomparire. “Quello per me è il miracolo della comunità”. Ed è così che approda in Rai. Prima della televisione, però, ci sono anche gli anni al Cnr, il ritorno a casa per stare accanto al padre malato, una missione umanitaria in Senegal, la terapia del sorriso e il lavoro con persone con disabilità gravi. Esperienze che gli insegnano a guardare negli occhi, ad ascoltare, a riconoscere l’altro. E poi c’è zia Carmeluzza, che nel suo bar-frantoio serviva agli operai pane abbrustolito, aglio, pomodoro e olio del frantoio. Niente patatine, niente noccioline: il territorio, semplicemente, in un boccone. “Io sono un oste, sono un cameriere convinto”.
La stessa filosofia attraversa ‘Linea Verde’ e ‘Camper – Osteria Italia’, concepita come un’agorà in cui contadini, cuochi, antropologi, sociologi, filosofi e artisti possano incontrarsi. Perché nessuno possiede da solo la verità di una comunità. E perché “la cucina italiana, patrimonio culturale dell’umanità, è figlia delle contaminazioni, degli incontri e dei saperi tramandati”. Sulle contaminazioni però, Peppone la tocca piano. “La contaminazione è crescita, ma deve avere un senso. Non basta mettere ingredienti insieme: bisogna conoscere le storie che li hanno portati fin lì”. Il suo piatto del cuore? “Lo strascinato lucano con ‘l’intruopp’, un sugo di carni che cuoce dalla mattina e avvolge la pasta lavorata con tre dita. La forchetta inciampa nella carne prima di arrivare allo strascinato: per questo si chiama intruopp”. La cucina, per lui, è anche questo: una parola dialettale che custodisce una memoria, un gesto che attraversa le generazioni.
E se gli si chiede quale angolo d’Italia meriterebbe più attenzione, Peppone non esita: il Molise. “Terra di tradizioni forti, formaggi, mare e montagna, ma soprattutto di comunità che resistono”. Ma non ne fa una questione di Sud: ci sono anche le signore di Nomaglio, nel Canavese, che ogni martedì si ritrovano per il “martedì del sorriso”, si raccontano i fatti della settimana e preparano insieme la festa dell’anno successivo. “Questa è l’Italia. È la spina dorsale del nostro Paese”. Guai, però, ad avvicinarsi ai borghi con sufficienza, travestendosi da contadini per una festa o guardando la provincia con occhi metropolitani. “Bisogna entrarci in punta di piedi, osservare, ascoltare -spiega il conduttore- Capire che dietro un soprannome, un dialetto, una sagra o un gruppo di volontari c’è un patrimonio umano che nessuna cartolina può restituire”.
Alla fine, nel suo personale vocabolario, la frase italiana più bella è “ti voglio bene”. Quella che non sopporta è “l’arroganza”. E il difetto nazionale che più lo infastidisce è “l’invidia”. Poi, quasi disarmante, confessa: “Una verità che nessuno sa di me? Io sono una brava persona”. Forse è proprio questa la chiave di Peppone: non raccontare un’Italia ideale, ma un’Italia fatta di persone, terra, fatica, appartenenza e cura. Un Paese che non chiede di essere celebrato dall’alto, ma ascoltato da vicino. Anche perché, mentre il mondo si globalizza, lui rivendica il valore dei campanili: “Dobbiamo essere per i localismi sani”. E in quel plurale c’è tutta la sua idea di futuro: radici profonde, porte aperte e nessuno lasciato indietro. Un Ambasciatore di tutto rispetto. (di Ilaria Floris)