Non perdiamoci Il caso Thomas Crawford

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[oblo_image id=”1″]Per gli amanti del noir-thriller nelle sale cinematografiche italiane di prima visione si stanno consumando le ultime possibilità per apprezzare Il caso Thomas Crawford, (Fracture), di Gregory Hoblit, USA 2007, interpretato da Anthony Hopkins, Ryan Gosling, David Strathairn, Rosamund Pike, Embeth Davidtz, Billy Burke, Cliff Curtis, Bob Gunton.

Uscito nel novembre scorso ha sorpreso pubblico e critica con una costruzione raffinata ed incalzante, ricordando a tratti il talent scout della suspance, Alfred Hitchcock in uno dei suoi capolavori di genere, Il delitto perfetto. Il parallelo, che alcuni potrebbe giudicare azzardato, si fonda sulle profonde similitudini fra questa e quella blasonata pellicola dell’autore inglese. Tanto per cominciare l’inizio si apre su un delitto di cui il colpevole si auto accusa fin dal principio e ciononostante dal colpo di scena iniziale il ritmo stabilisce un diagramma sempre più avvincente fino alla fine, che giunge circa al 113esimo minuto. Thomas Crawford, (un Hopkins se è possibile più grottesco ed inquietante che nel Silenzio degli innocenti) magnate dell’aeronautica, uccide la moglie dopo aver scoperto che ha una tresca con un detective della polizia. Come un orologio perfettamente sincronizzato, il suo comportamento segue uno schema quantomai singolare giungendo ad auto accusarsi e decidendo di curare la propria difesa in tribunale. Il tipico caso già vinto, come troppo frettolosamente viene classificato, è affidato al giovane e brillante procuratore Willy Beachum, (il promettente Ryan Gosling), in procinto di entrare in un famoso studio di avvocati. [oblo_image id=”3″] Nella godibilissima e a tratti deliziosamente cervellotica sfida fra l’assassino e l’accusa, duellano i talenti di una vecchia contro una giovane volpe dell’olimpo hollywoodiano e intanto trova spazio un’altra riflessione sull’etica professionale: è meglio seguire le regole della giustizia alla lettera, fino in fondo, a costo di dover scarcerare il reoconfesso di un delitto per mancanza di prove, o rendere giustizia alla vittima venendo a patti con la propria coscienza? Anche qui come nel celeberrimo Il delitto perfetto del 1954 è difficile per lo spettatore avere completa antipatia per il personaggio negativo o viceversa simpatia totale per quello positivo. Anche qui il marito sa di essere tradito dalla moglie e sublima tale consapevolezza in un progetto diabolico. Come non giustificarne almeno in parte la rabbia iniziale? Comuni ad entrambi infine la cura minuziosa nel fare combaciare i fili della trama (anche se Hitchcock riteneva fondamentale per una corretta sintassi narrativa non avere la pretesa di riallacciarli tutti a scapito della suspance), il fiato del “cattivo” sempre sul collo del “buono” ad ottenebrargli la mente, l’arroganza dell’assassino che punta tutto sulla propria maniacale precisione, il gusto altrettanto minuzioso nella ricerca delle prove, la cura per la fotografia, basata su una suggestiva frammentazione delle scene. [oblo_image id=”2″] Hoblit, fra l’altro eccellente produttore e regista televisivo vincitore di Emmy per la serie TV Avvocati a Los Angeles e New York Police Department, ci fa sapere come la pensa nel suo brillante finale. Non tutti sono d’accordo nell’annoverare questo film fra i migliori della stagione appena passata, ma l’autore di Schegge di paura (1996) e Il tocco del male (1998), Frequency – Il futuro è in ascolto (2000) è già disponibile ad un nuovo confronto: Untraceable sta per uscire (il 25 gennaio prossimo negli USA), con Diane Lane, Colin Hanks, Billy Burke. A quanto pare un horror-thriller ambientato sulla rete di internet, con un perverso gioco on-line fra uno psyco killer ed i navigatori (spettatori) che non sanno resistere alla morbosa curiosità di connettersi, pur sapendo di decretare con un clic la morte in diretta di una nuova vittima.