HomeSpettacoloMusicaMeg: Napoli, l'elettronica e un pianoforte

Meg: Napoli, l’elettronica e un pianoforte

[oblo_image id=”1″]9 Gennaio 2008, ore 21,30. Arrivo al Magnolia in orario di apertura. Stasera c’è Meg, come anticipato nell’articolo sulla rassegna Day Off. C’è già una fila incredibile fuori. Non che non me l’aspettassi, è pur sempre un evento e un’artista di spicco, ma, abituata agli orari molto rilassati dei frequentatori del locale, pensavo di essere addirittura in anticipo. Faccio la fila al freddo, ma non importa, tra poco farò un’intervista a Meg, sono concentrata ed emozionata e mi stringo nel cappotto. Il piccolo registratore della Cri nella borsa (molto professionale!). Una volta entrata, il tempo sembra non passare più. Non vedo l’ora di sentire il concerto e soprattutto di scoprire come sarà questo live solo piano e voce (speriamo faccia anche qualche pezzo dell’album nuovo, che uscirà a breve, sono curiosissima). Il tempo di bere una birra, fumare qualche sigaretta (tante, sono nervosa), e poi sotto il palco ad aspettare. La gente scalpita e ogni tanto parte qualche buzzurro richiamo (ma quanto sgomita la mia vicina?).

[oblo_image id=”2″]Ore 23,20 circa. Si spegne la musica di sottofondo. Poi le luci, poi entra il pianista, Mario Conte, seguito da lei, bellissima nel suo vestitino bianco da cartone animato. Applausi della gente e apprezzamenti degli uomini (ma anche delle donne, bisogna dire). Attacca con “Simbiosi”, primo singolo del primo album. La gente inizia a cantare. Io pure. Il pianista è davvero bravo e lei, in ottima forma vocale, sopperisce alla mancanza di suoni di basso e batteria, arricchendo la sua voce con gli effetti dati da un piccolo synth che maneggia lei stessa. Seguono “Olio su tela”, “Parole Alate”. Poi l’annuncio di una “vecchia canzone napoletana” e parte “Quello che”, canzone dei 99 Posse scritta da lei e Luca Persico (lo “Zulù”). Sono un po’commossa, confesso. Il pubblico è in estasi e dall’arrangiamento la canzone potrebbe tranquillamente essere una “tammurriata”, ma suonata da Paolo Conte (di cui il pianista non è parente). Arriva finalmente il primo dei due pezzi nuovi, “Lap top love”, canzone in inglese dal sapore elettronico, intuibile nonostante l’arrangiamento col piano. Il paragone con Bjork, da molti fatto, in quel momento mi sembra parecchio azzeccato, nel senso più nobile del termine. Segue una cover; “Los Hermanos” di Atahualpa Yupanqui, una milonga argentina molto seducente, dedicata a tutti coloro che continuano a lottare, contro la censura delle idee e delle emozioni.“Invisible Ink” del primo album e poi, a chiudere apparentemente il concerto, una struggente versione di “Audioricordi”, mentre il pubblico canta emozionato. Uscita di scena sugli applausi e acclamazione del bis. E così è: “Napoli città aperta”, pezzo inedito del nuovo album, chiude il concerto.

Penso al titolo della canzone, penso a ciò che ho appena visto e sentito e mi viene da considerare che se da una città invasa così malamente dai rifiuti e da tante altre problematiche è scaturita una canzone del genere, così appassionata, forse qualche speranza per il paese“del sole e del mandolino” c’è ancora.

[oblo_image id=”3″]Ore 00,30. È il momento dell’intervista. Entro nel camerino e mi rendo conto che al mondo c’è qualcuno più timido di me: si chiama Maria Di Donna, in arte Meg. Dopo le presentazioni ufficiali ci lasciano sole, cerco di rilassarmi e le faccio i complimenti sul vestito. Sembra quello di Creamy, il cartone animato. Lei conferma che era anche un suo mito. Lo sapevo! (Per la cronaca, tanti vestiti che indossa Meg per i concerti sono fatti da una ragazza di nome Ida, che li confeziona lei stessa e ha un suo bazar). Si cambia e poi iniziamo con l’intervista.

Innanzitutto complimenti per il live di stasera. La prima domanda è proprio a proposito del concerto. Come mai la scelta di fare questa serie di set acustici?
Per prima cosa nasce dal fatto che sono sempre curiosa di vedere come suona la mia musica con arrangiamenti diversi e sperimentarli. In particolare l’idea di fare dei set acustici, solo piano e voce, mi è stata suggerita da una trovata che ebbe un mio caro amico, Francesco Villani, un bravissimo pianista. Ha provato ha suonare “Quello che” riarrangiata al piano e il risultato era una via di mezzo tra un tango argentino e una canzone classica napoletana. Mi è piaciuto così tanto il risultato che, insieme a lui e a Mario Conte, ci siamo messi a sistemare e riadattare tutti gli arrangiamenti dei pezzi, che poi ho deciso di proprre in questa serie di concerti.

Tu suoni il piano, vero? (Durante il concerto in occasione di un paio di pezzi Meg ha “duettato” con Mario Conte)
Mah, più che altro lo “suonicchio”. Ho studiato per qualche anno il pianoforte, poi abbandonai. Suonare i pezzi come ha fatto Mario stasera sarebbe abbastanza difficile per me, adesso .

Per quanto riguarda il tour che farà seguito all’uscita del nuovo album, tornerai a suonare con la band al completo?
Si, certo. Con tutti gli arrangiamenti originariamente studiati per il disco.

Complimenti anche per i due pezzi nuovi che hai presentato stasera. Ce n’era uno in inglese, “Laptop Love” , sarà l’unico dell’album (come in “Meg”)?
Grazie. No, non è l’unico. Ce ne saranno quattro in tutto, compreso quello che hai sentito stasera

Sempre parlando del nuovo album, che tipo di suono avrà, anche rispetto al precedente?
Rispetto all’album precedente il suono sarà molto più elettronico. Volevo una ritmica più corposa e meno delicata, con delle cadenze più sostenute.

So che è stato masterizzato a New York allo Sterling Sound da Chris Gehringer, e ti sei avvalsa anche della collaborazione di Stefano Fontana (Stylophonic). Soddisfatta di risultato e collaborazioni?
Direi proprio di sì! Con Stefano si e’ creata una sinergia strepitosa. Ha un gusto pazzesco nella scelta di determinati suoni “dancefloor”…. esattamente cio’ che desideravo per questo disco.

[oblo_image id=”4″]I testi del primo album erano molto intimisti, e non ce n’era uno così diretto come “Napoli città aperta”, che parla di una città ormai sfiancata.
Si, come dici tu i testi del primo disco avevano un sapore molto intimista, ed in parte anche quelli di questo secondo lo hanno, in effeti questa e’ forse e’ un po’ una mia cifra stilistica. La canzone che citi,e’ venuta fuori come una sorta di epifania, una visione – piu’ che mai notturna – in cui il mio sguardo, ipnotizzato e attonito quasi come quello di un nottambulo, non ha potuto fare altro che descrivere cio’ che vedeva . Mentre scrivevo, l’immagine di “Roma città aperta”, sconvolta e invasa dai nazisti, si e’ andata a sovrapporre a quella di Napoli, piegata e stuprata dalla camorra e abbandonata a se stessa da una politica incapace di un progetto serio di sviluppo sul territorio. I disastri di questi giorni, che in realtà nuovi non sono, ma anzi sedimentati nei decenni, sono il frutto di questo malfunzionamento ormai cronico e congenito, e riaffiorano ciclicamente, di volta in volta, in tutta la loro gravità e violenza. In fondo Napoli non è che lo specchio di una realtà nazionale, nonostante gli occhi sembrino sempre puntare solo da questa parte. Del resto, si parla del crimine organizzato come prima potenza economica nazionale, non locale.

Sempre parlando di Napoli, il tuo rapporto con la città è di amore e odio, come spesso ti ho sentito dichiarare. Anche rispetto a quello che hai detto prima, ti senti rassegnata? Insomma, mediti mai di andartene?
Se non odiassi alcune cose di Napoli non potrei amare tutte le altre così tanto. Si tratta di sentimenti viscerali. In una sola giornata posso arrivare a pensare innumerevoli volte di andarmene, poi però rimango. Gli affetti, le radici, mi convincono comunque a restare. Ammetto però che, se non avessi avuto un lavoro che mi consente di restare, come molta gente delle mie parti, probabilmente sarei gia’ stata costretta ad andarmene. Mi chiedi se sono rassegnata. Ti dico no, nonostante tutto. Proprio ieri leggevo di una avvocatessa cinese che si batte per le cause nel suo Paese che riguardano i rifiuti e i danni ambientali e fisici da questi provocati sulle persone. A un giornalista che le chiedeva se valeva pena di continuare a battersi, visto che le cause perse erano pari o inferiori a quelle vinte, lei ha risposto che ciò che contava non era il numero di cause vinte, quanto il fatto di continuare a lottare per migliorare. Essere consapevoli, nella propria coscienza, che qualcosa si sta facendo. Questo è ciò che penso in sostanza.

Ultima domanda, più leggera. Ma quando esce il nuovo album?
In primavera

Titolo provvisorio: “Antidoto”. Hai già deciso che sarà questo quello definitivo?
Il titolo l’ho già deciso. No, non sarà “Antidoto”, è provvisorio.

Ah, quindi il titolo sarà “Provvisorio”?
[Scoppia a ridere. Ma non mi riponde.]

Niente, bisognerà aspettare la primavera. Ma magari ho indovinato… La saluto invitandola a tornare presto a Milano, lei dice che non mancherà.

Torno a casa. Sono stanca ma felice. È proprio come me la immaginavo: appassionata, radiosa e allo stesso tempo semplice e genuina. Un fiore cresciuto sull’asfalto e sul cemento, mi si permetta questa citazione.

Per informazioni: www. m-e-g.it;
www.myspace.com/megmultiformis

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