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Marley Kaplan e la favola degli scacchi a New York

[oblo_image id=”1″] New York è una città particolare. Ci sono quartieri dove saper fare a botte o guadagnare senza lavorare appaiono requisiti sufficienti per meritarsi il rispetto degli altri. Ma anche gli stereotipi più tenaci possono essere sradicati. E per farlo a volte bisogna cercare strade originali, insospettabili. Come aiutare i ragazzi provenienti dai contesti più disagiati attraverso corsi di scacchi a scuola. Insegnando ai più piccoli come valutare i propri pregi e difetti grazie all’unico gioco in cui non esiste la fortuna, affascinandoli con l’opportunità di elaborare strategie e piani, inducendoli a scoprire come non esistano nemici ma solo avversari a cui dare indistintamente la mano subito dopo una sconfitta o una vittoria. Un’autorità in materia è Marley Kaplan, Presidente della Commissione Scacchi a Scuola di New York, educatrice professionale e promotrice di un movimento che ormai coinvolge annualmente centinaia di migliaia di studenti della Grande Mela.

Quando ha capito che gli scacchi potevano essere la mossa vincente per favorire la crescita dei giovani? Abbiamo iniziato negli anni ottanta grazie ad una serie di combinazioni favorevoli: l’assenso delle istituzioni cittadine, la presenza di istruttori qualificati, la nostra volontà di addentrarci in quest’avventura. Quando abbiamo visto l’entusiasmo dei ragazzi e i risultati formativi ci siamo impegnati per coinvolgere un numero sempre maggiore di studenti.

Quali  risultati le hanno dato maggiori soddisfazioni? Vedere alcuni di questi ragazzi vincere manifestazioni giovanili internazionali o diventare giocatori professionisti è senz’altro motivo d’orgoglio. Ma sinceramente provo la stessa gioia quando ricevo una lettera o una telefonata di qualche allievo che ora si è affermato socialmente – magari come architetto o ingegnere – e che mi ringrazia sottolineando quanto gli scacchi lo abbiano aiutato. Ricordiamoci che molti dei nostri studenti provengono da situazioni difficili o da famiglie povere: aiutarli a credere in se stessi e nella possibilità di trovare una strada onesta e felice è il primo obiettivo dei nostri programmi educativi.

Il vostro progetto ha avuto un successo straordinario. Ma c’è qualcosa che ancora non ha realizzato o che vorrebbe realizzare? Dobbiamo ringraziare tutti gli enti che ci sostengono, ma è chiaro che con più soldi potremmo aiutare ancora più ragazzi. Siamo contenti di quello che abbiamo fatto e che facciamo, ma si può sempre migliorare…

Crede che il vostro modello educativo sia esportabile anche in altre realtà? Certo. E’ fondamentale credere in un progetto così ampio. Poi si passa alla programmazione del lavoro. Alla fine si raccolgono i risultati. A New York e in qualunque altra città.

(Intervista realizzata nel corso del convegno Scacchi: un gioco per crescere. Torino, 25-27 Febbraio 2009)

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