Luca Leone ci racconta il suo nuovo libro ”Il tempo sbagliato”, un viaggio letterario intenso e coinvolgente, tra incontri ed emozioni indelebili.
Sinossi: Giuseppe è un ex allenatore di calcio che ha conosciuto il successo e il fallimento, la gloria e la colpa. Oggi vive a Roma, in una solitudine gentile, riempita solo dalle risate del nipote Giacomo — la sua seconda occasione, la possibilità di sentirsi ancora utile, ancora vivo. Ma la vita, come il calcio, sa colpirti quando meno te lo aspetti. L’incontro con Letizia, una giovane madre dal sorriso fragile, e il ritorno improvviso di un vecchio amico lo costringeranno a riaprire ferite che credeva guarite, a guardare negli occhi il passato e il destino che aveva cercato di dimenticare. Perché “il tempo sbagliato” non è solo quello di un passaggio mancato in campo: è l’attimo in cui la vita decide per te, in cui tutto cambia e nulla torna più come prima.
Nato a Roma nel 1972, Luca è un informatico con una forte passione per la narrativa e lo sport. In precedenza ha pubblicato il thriller “Jack” e diversi romanzi a tema sportivo come “Solo come in area di rigore“, dedicato alla storia di un portiere del Benfica, e “Harlem“. Con “Il tempo sbagliato” prosegue il suo percorso narrativo esplorando il lato umano e simbolico dello sport, trasformandolo in una lente attraverso cui osservare le fragilità e le possibilità di riscatto della vita.
Il romanzo affronta il tema della terza età senza cadere negli stereotipi. Quale messaggio desidera trasmettere ai lettori?
Il messaggio è quello del cercare di non sprecare il tempo che abbiamo per realizzare un sogno o un’idea, perché poi il momento passa magari diventa un rimpianto e i rimpianti pesano sul cuore di ognuno.
Nel libro si parla anche di dipendenza e conflitto interiore. Quanto è stato importante trattare questi temi con realismo?
Le dipendenze sono delle prigioni nelle quali rimaniamo impigliati senza rendercene conto, ma limitano il nostro essere e spesso siamo bravissimi a riconoscere quelle altrui ma non le nostre. Mi documento molto prima di scrivere perché, specialmente sul “dolore” non puoi fantasticare, non ci sono licenze poetiche. Il dolore è dannatamente reale e come tale deve essere trattato.
Il rimpianto è uno dei fili conduttori della storia. Esiste davvero un “tempo sbagliato” o ogni momento può trasformarsi in un’occasione?
Il tempo sbagliato non esiste. Siamo noi a dargli un nome: caso, sfortuna, destino… Alla fine anche i miei protagonisti si incontrano, si amano e prendono il meglio da questo incontro, anche se non è da fiaba come immaginiamo l’amore, però amarsi permetterà ad entrambi di migliorarsi ed evolversi e di fare pace con il mondo.
Quanto spazio lascia alla speranza in un romanzo che affronta anche il dolore e il senso di colpa?
Moltissimo. E’ un romanzo d’amore e l’amore è sempre speranza, anche quando tutto intorno a noi crolla, l’amore resta e ci permette di ricostruire.
Nel romanzo il tempo sembra essere quasi un personaggio. Quanto incide il momento in cui facciamo una scelta sul corso della nostra vita?
Quell’attimo è fondamentale e molto spesso ci riflettiamo dopo mesi o anni ricordandolo perfettamente.
Ad esempio ricordo benissimo il giorno, l’ora, il minuto in cui ho deciso di smettere di studiare all’università. Una scelta difficile, sofferta e forse sbagliata se vista da fuori… ma quello che ho ora e che è venuto dopo quella scelta so che mi rende felice e va bene così.
Giuseppe si trova a fare i conti con errori e rimpianti. Secondo lei, il perdono più difficile è quello che chiediamo agli altri o quello che dobbiamo concedere a noi stessi?
Sicuramente quello che chiediamo agli altri, noi ci perdoniamo facilmente… chiedere perdono ad un’altra persona è prima di tutto andare oltre il proprio orgoglio e dichiarare un errore, è un atto di altruismo, anche se non sembra, ma lo è e, in un mondo dove regna l’egoismo, quasi nessuno lo fa.