Ci sono esperienze che segnano profondamente l’infanzia e continuano a vivere nella memoria anche molti anni dopo. Alcune diventano ferite, altre si trasformano in forza. È proprio da questa consapevolezza che nasce “Quella grandissima Z…..a della maestra – Una storia vera”, il nuovo libro di Davide Giancola, pubblicato da Verdone Editore.
Nel suo libro, Davide Giancola ripercorre uno dei periodi più difficili della sua infanzia, segnato da un rapporto conflittuale con una maestra che ha lasciato ferite profonde nel suo percorso di crescita. Attraverso una narrazione sincera e senza filtri, l’autore rielabora in età adulta quei momenti dolorosi, trasformandoli in una testimonianza di forza, riscatto e rinascita. Una storia autentica che parla a chiunque abbia affrontato ostacoli, incomprensioni o ingiustizie, mostrando come sia possibile trovare la forza per andare avanti e costruire il proprio futuro.
Davide Giancola nasce a Sanremo il 21 gennaio 1985 e nel 1992, all’età di sette anni, si trasferisce con la famiglia in Abruzzo, in provincia di Teramo. Ex militare dell’Esercito Italiano, diplomato all’Istituto Tecnico Industriale in Elettronica e Telecomunicazioni, oggi è tecnico biomedicale e fondatore del duo musicale FraKasso Sound ProJect. Con “Quella grandissima Z…..a della maestra” sceglie di condividere una parte importante della propria storia personale, trasformando un ricordo doloroso in un messaggio di speranza e resilienza.
Quando ha capito che questa storia non poteva più restare solo un ricordo personale e doveva diventare un libro?
Ho iniziato ad avere davvero chiaro ciò che dovevo fare a gennaio del 2025. È stato come se, dopo tanto tempo, mi sentissi finalmente pronto a rielaborare tutto quello che avevo vissuto e a trasformarlo in qualcosa di utile. In quel momento ho capito che la mia storia non doveva più restare soltanto un ricordo personale, ma poteva diventare un libro capace di parlare anche ad altri.
Ho pensato che, pur essendo la mia, fosse in realtà una storia comune, nella quale molte persone avrebbero potuto riconoscersi. Inoltre, sentivo il bisogno di affrontare argomenti spesso considerati “scomodi”, temi di cui si parla ancora troppo poco, ma che meritano ascolto e confronto. Se anche una sola persona, leggendo queste pagine, si fosse sentita meno sola o avesse trovato uno spunto per comprendere meglio se stessa, allora il libro avrebbe già raggiunto uno dei suoi obiettivi.
C’è stato un episodio preciso che ha fatto scattare la decisione di scrivere?
Questa è una domanda a cui mi piace sempre rispondere, perché racconta davvero come è nato tutto. Qualche anno fa avevo iniziato a condividere sui miei canali social alcuni aneddoti divertenti legati alla maestra di cui parlo nel libro. I miei follower si divertivano molto, aspettavano quei racconti e partecipavano con entusiasmo. Un giorno, però, mentre raccontavo l’ennesimo episodio, sentii il bisogno di andare oltre l’aspetto ironico. Per la prima volta aprii una finestra sulla parte più ferita di me, raccontando non solo i fatti, ma anche quello che avevano significato emotivamente. La reazione fu completamente diversa: al posto delle solite risate arrivarono messaggi pieni di affetto, faccine tristi e parole di vicinanza da parte di persone dispiaciute per ciò che avevo vissuto in quegli anni.
Fu proprio in quel momento che ebbi una sorta di illuminazione. Capii che quella storia non era soltanto un insieme di ricordi o di episodi curiosi, ma qualcosa che poteva toccare profondamente gli altri. È lì che nacque l’idea di intraprendere questo viaggio di scrittura e di trasformare la mia esperienza in un libro.
Quanto è stato difficile tornare con la memoria a quegli anni?
È stato molto più difficile di quanto immaginassi. All’inizio pensavo che sarebbe bastato mettere nero su bianco i ricordi, ma mi sono reso conto che scrivere significava rivivere ogni emozione. Ci sono stati momenti in cui ho dovuto fermarmi, perché alcuni episodi facevano ancora male, nonostante fossero passati tanti anni. Allo stesso tempo, però, è stato anche un percorso liberatorio. Tornare con la memoria a quegli anni mi ha permesso di guardarli con gli occhi dell’adulto che sono oggi, dando un significato diverso a tante esperienze che da bambino non riuscivo a comprendere. È stato doloroso, ma anche profondamente terapeutico. Alla fine ho capito che affrontare quei ricordi era l’unico modo per trasformarli in qualcosa di positivo, sia per me che per chi leggerà il libro.
Il titolo è molto forte e provocatorio. Perché ha scelto di mantenerlo così diretto?
Perché è perfetto! Sì, è un titolo provocatorio ed estremamente d’impatto, ma è proprio questo il suo punto di forza: arriva subito al potenziale lettore, incuriosisce e non lascia indifferenti. C’è però anche un motivo molto più profondo. Il bambino che ero, dentro di sé, quella maestra la definiva esattamente così. Quel titolo non è stato scelto per provocare a tutti i costi, ma perché è autentico. È la definizione che, senza filtri, nasceva dagli occhi e dalle emozioni di un bambino. Per questo, più che chiedermi perché l’abbia intitolato così, la domanda dovrebbe essere: perché non avrei dovuto intitolarlo così? (ride)
Cosa rappresenta oggi, da adulto, quella parola che compare nel titolo?
Oggi quella parola ha soprattutto un significato ironico. Ogni volta che la pronuncio, strappa quasi un sorriso, perché nel tempo ha perso la carica di rabbia che aveva da bambino. Ma dietro quell’ironia si nasconde una storia molto più antica, che affonda le radici nella mia infanzia. È una parola che racchiude emozioni, paure e ferite vissute in quegli anni, e che oggi rapprenta anche il percorso che ho fatto per dare un senso a tutto ciò che è accaduto. In fondo, è il simbolo di una storia che ho scelto di non nascondere più, ma di raccontare con sincerità, perché credo possa aiutare anche altre persone.