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La felicità porta fortuna, parola di Mike Leigh

[oblo_image id=”1″]Un filo rosso che collega fortuna e felicità sembra passare per la trama di Happy Go Lucky (La felicità porta fortuna), non solo per ottenere un titolo ad effetto. Già quest’ultimo, a ben guardare, ordina infatti il senso di questa equazione, ne traccia la direzione, con chiara precisione.
Leigh, costruisce una storia equilibrata che, lungi dal voler suggerire soluzioni universali, parte da una precisa condizione vitale, da un esatto personaggio, capace di esprime se stesso attraverso piccole parabole quotidiane. La tendenza favolistica è senz’altro ammiccante ma non si insinua mai pienamente nella diegesi. Essa rimane velata nel sorriso umanissimo della protagonista, senza trasfigurarlo e senza mai trasformarla in eroina fatata. Poppy, magistralmente interpretata da Sally Hawkins, è l’espressione di una vitalità rara, che tuttavia può solcare la personalità di ognuno di noi.

Si tratta di una vitalità tutt’altro che frivola, sostenuta da un’incalzante ironia nell’affrontare qualsiasi nuovo evento. Essa nasconde, ovvero, dietro un’apparente semplicità, un traguardo faticoso, raggiungibile solo attraverso un’adeguata educazione. Non è quindi solo virtù fortuita né tantomeno incosciente stoltezza. Quella felicità che palpita in ogni gesto sembra invece un preciso atteggiamento relazionale, tutt’altro che facile da applicare. Ricorda molto da vicino quell’autoironia che Marianella Sclavi cerca di compendiare nella sua “arte di ascoltare”. [oblo_image id=”2″]Sì, perché Poppy esprime, attraverso la sua personalità prorompente, quel desiderio di conoscenza dell’altro, quella curiosità di cercare il diverso da sé per poi coinvolgerlo in un, seppure breve, incontro. Nella scena in cui incrocia il barbone, ad esempio, il suo misurarsi con la diversità, con l’ignoto, si rivela molto più attraente e forte della paura. La sua insistenza di avvicinarsi all’uomo passa per una comprensione muta, non esplicitata da parole, ma sedimentata in gesti e sguardi, come per ribadire che certe convenzioni comunicative sono espedienti efficaci ma esclusivi, e funzionano solo all’interno della banale “normalità”.

Leigh, quindi, induce a riflettere sulla relazione con la diversità ma anche, ancor più esplicitamente, sulla questione educativa. Una riflessione che si delinea attraverso una sorta di esame comparativo, tra diversi approcci educativi. Il primo si riferisce al lavoro da maestra della stessa protagonista, che inevitabilmente finisce per confrontarsi, da un alto, con le nervose lezioni di guida di Scott e, dall’altro, con quelle concitate della ballerina di flamenco. Poppy schernisce entrambi gli esempi, individuando, nel primo, un eccesso di schematismo e autoritarismo, nel secondo, un esagerato senso di seriosa immedesimazione. Quello che le sue repliche vogliono ribadire è che, come la vita, il rapporto pedagogico dovrebbe essere connotato da un approccio più “giocoso”, capace ovvero di coinvolgere emotivamente il discente, per meglio condurlo verso una reale e solida motivazione.

[oblo_image id=”3″]Da un punto di vista percettivo, colpisce invece la varietà di colori che circondano Poppy, soprattutto quelli del suo abbigliamento e della sua casa. Oltre all’estrosità essi ribadiscono visivamente quel “movimento” che la felicità stessa forse necessita per sopravvivere. Quella gamma di toni un po’ disordinata e cangiante tende proprio a sostenere, non tanto un senso di superficialità, quanto piuttosto la disposizione a quel mutamento cromatico continuo, unico probabile requisito per non perdere il sorriso.

Infine, è interessante sottolineare la scelta di una narrazione poco appariscente, priva di trovate spettacolari e tensioni melo-drammatiche. Il flusso del racconto scorre regolare, come il susseguirsi di semplici momenti quotidiani e tuttavia non annoia, perché è intriso di quella particolare stravaganza esibita dalla protagonista, della sua vorace ricerca di novità e dell’ironia che è pronta a dipingere su ogni relazione che crea. Lo stesso finale, per questa ragione, tende a deludere certi spettatori, apparendo troppo calmo e imperturbato, proprio come la gita sul lago che rappresenta. Eppure è pienamente rispettoso della logica del film, dello stile del regista, il quale rinuncia a gesti eclatanti e a melensi happy end, in favore di un racconto credibile, a tal punto da sospendere il giudizio e lasciare la storia aperta a ogni possibile (e immaginabile) sviluppo.

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