La corsa con il padre di Derek Redmond

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[oblo_image id=”1″] Una storia bella e maledetta di quelle che solo le Olimpiadi possono regalare. Una storia che reclama di essere raccontata per ribadire come spesso nello sport le emozioni non corrispondano al numero di medaglie vinte. Fin dagli esordi Derek Redmond mostra la stoffa del campione: ha resistenza alla velocità, una falcata potente ed elegante, un rush finale travolgente. Nelle categorie juniores vince tutto, a 19 anni sorprende il mondo ottenendo il record britannico assoluto nei 400 metri. Nel 1987 vince l’argento mondiale, alle Olimpiadi di Seul è la grande speranza europea contro lo strapotere americano. Gli ultimi test hanno confermato che è al top della condizione, qualche commentatore azzarda il suo nome come favorito. Arriva in Corea e rimane ammaliato dall’atmosfera olimpica, non vede l’ora di scendere in pista. Manca un quarto d’ora alla sua batteria di qualificazione, Derek sta ultimando il riscaldamento quando la sua caviglia cede improvvisamente. Il sogno olimpico è finito prima di cominciare, la diagnosi medica è impietosa: lesione scomposta del tendine d’Achille sinistro. Scopre il dolore, convive con la paura di non tornare più quello di prima ma trova la forza di reagire. Fa fisioterapia, passa da una sala operatoria all’altra per accelerare il recupero, ascolta scrupolosamente i consigli del padre-allenatore. Quando i medici gli danno il nulla osta per tornare ad allenarsi, si sente rinato. La risposta della pista è confortante. Non avverte dolore alla gamba, il talento non può essere stato offuscato da un infortunio. Vince i giochi del Commonwealth e nel ’91 trascina la Gran Bretagna all’oro mondiale nella staffetta 4×400 con una seconda frazione straordinaria. Ha le risposte che cercava, pensa che sia giunto il momento di prendersi la rivincita con il destino. Arriva alle Olimpiadi di Barcellona con il chiodo fisso di conquistare una medaglia. Non gli interessa di che colore, ma vuole salire sul podio più di ogni altra cosa. Vince senza problemi la prima batteria di qualificazione, domina anche i quarti di finale e si presenta alla semifinale con l’etichetta di uomo da battere. Il padre, che lo ha assistito lungo tutto il suo calvario, per esorcizzare la sfortuna si mostra in tribuna con una maglietta che recita:” Hai fatto pace con il tuo piede oggi?”. La partenza è convincente, gli basta arrivare nei primi quattro per garantirsi la finale. Esce dalla prima curva in testa e ha la lucidità necessaria per controllare gli avversari. Poi ai 250 metri sente un crac. Stavolta è il ginocchio destro ad averlo tradito. Gli crolla il mondo addosso: ha lavorato quattro anni per cancellare l’incubo di Seul e ora quell’incubo si ripresenta più terribile di prima. Si rende conto che la sua Olimpiade è finita, sa che dopo 13 operazioni non può permettersene altre, capisce che quella è diventata la sua ultima gara. È a terra, piange lacrime di dolore e rabbia quando gli si avvicinano i medici che hanno intuito la gravità del suo infortunio. Ha il morale distrutto ma è troppo orgoglioso per inchinarsi sommessamente alla malasorte. Ai medici increduli dice che non c’è bisogno della barella e si rialza da solo. Gli avversari ormai sono già arrivati, ma lui ha un’altra sfida da vincere: deve arrivare al traguardo ad ogni costo. Anche su una gamba sola. Comincia a saltellare su un piede, ma il dolore è tremendo. Barcolla, arranca, piange, però va avanti. Quel giorno a Barcellona ci sono 65.000 persone e tutte hanno smesso di guardare le altre gare per vedere quell’atleta tanto caparbio quanto sfortunato. Si alzano in piedi, applaudono ritmicamente ad ogni passo di Derek: non importa se non è spagnolo, anche per loro quell’atleta deve arrivare. Derek  sente l’incitamento e prosegue la sua fatica. Arrivato sul rettilineo finale, ormai sfinito, stramazza al suolo. Il padre si disinteressa della pubblica sicurezza, delle regole e di tutto il resto. Entra in pista e prende per una spalla il figlio. Percorrono abbracciati pochi metri, poi Derek gli chiede di lasciarlo. Vuole tagliare il traguardo da solo e ci riesce prima di abbandonarsi a terra. Il pubblico gli dedica cinque minuti di standing ovation. Qualcuno sugli spalti è commosso dal suo coraggio, qualcuno non crede ai propri occhi, qualcun altro immortala il momento con una fotografa capendo che quella è l’immagine simbolo dell’olimpiade. Terminata la gara, Derek dice: “Non ho mai pianto tanto nella mia vita come negli ultimi 200 metri. Non sta bene per un uomo piangere”. La sua carriera è finita, ma capisce di poter insegnare molto agli altri. Diventa motivational speaker e commentatore. Quando ripensa alla semifinale olimpica ripete: “Quella gara mi ha tolto tanto, mi ha dato di più”. (tratto da Eroi per un giorno)

Sul forum si può rivedere il video della gara