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Greenpeace: ecco i fondali marini italiani al top

Se siete appassionati di fotografia subacquea e viaggiate per il mondo sempre alla ricerca di fondali mozzafiato, sappiate che è possibile immortalare meravigliosi scenari marini anche senza allontanarsi troppo dalle coste della nostra penisola. Le acque tropicali, infatti, non sono le uniche ad ospitare meravigliosi fondali: stando al dossier di Greenpeace Riserve marine ai raggi X ci sono diverse riserve marine del Belpaese che possono vantare fondali da favola.

[oblo_image id=”1″]Secondo la graduatoria, tra le mete preferite dai sub, ai primi tre posti ci sono l’area di Pianosa (Livorno), Portofino (Genova) e Capo Carbonara-Villasimius (Cagliari). Tra le altre aree promosse con ottimi voti, si trovano Tavolara-Punta Coda Cavallo (Olbia-Tempio), Capo Caccia (Alghero-Sassari), Tor Paterno (Roma) e Ventotene (Latina), mentre risultano sufficienti Porto Cesareo (Lecce) e le Cinque Terre (La Spezia). Bocciati, invece, i fondali di Plemmirio in provincia di Siracusa e le Isole dei Ciclopi nel Catanese, dove i fondali versano in un precario stato di salute dell’area.

Il monitoraggio subacqueo è stato effettuato da Greenpeace in collaborazione con Dan (Diving Action Network) e Nase, all’interno del progetto Des (Divers Enviromental Survey). I dodici parametri considerati per valutare lo stato di salute delle aree marine protette sono raggruppabili in tre gruppi tematici: lo stato generale (presenza/assenza di mucillagini, rifiuti, lenze e reti abbandonate, torbidità), il popolamento ittico (presenza di alcune specie-chiave, come la cernia, il dentice, il sarago, la corvina) e il popolamento vegetale (presenza di piante quali la posidonia, la gorgonia e altre alghe).

[oblo_image id=”2″]Il dossier ha inoltre individuato alcuni fenomeni preoccupanti che minerebbero lo stato di salute dei nostri fondali. Tra questi vi sarebbero l’esagerata urbanizzazione in alcune zone, dove la costruzione di case provoca il rilascio di fango e altre sostanze nelle acque, innalzandone la torbidità; la presenza di specie straniere, dirette avversarie delle specie mediterranee; il cambiamento climatico, responsabile della scomparsa di alcune specie in determinate zone. Ma il problema principale pare essere la pesca di frodo: è il pericolo più diffuso, riscontrato in modo particolare nelle aree di Plemmirio e delle Isole dei Ciclopi. Nella zona A, quella più protetta e interna delle aree protette, sono state trovate reti da pesca, così come anche a Pianosa, in testa alla graduatoria. A Tor Paterno sono stati intercettati pescatori con le canne, a Porto Cesareo è stato fotografato invece un pescatore subacqueo.

“Le aree – ha dichiarato il responsabile mare di Greenpeace, Alessandro Giannì – si confermano uno strumento valido al ripopolamento in presenza di controlli severi e in assenza di prelievo da pesca. Questo richiederebbe la creazione di una rete efficace di riserve marine, chiuse alla pesca e all’inquinamento, che copra il 40% dei mari italiani al fine di ripopolare i mari e restituire opportunità di lavoro al mondo della pesca che negli ultimi anni ha perso 15.500 posti di lavoro”.

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