HomeSenza categoriaIl vero giornalismo? E' morto. Parola di Chirico

Il vero giornalismo? E’ morto. Parola di Chirico

[oblo_image id=”1″] In pochi anni è diventato uno dei protagonisti televisivi che raccontano il mondo del pallone oltre ad essere lo storico direttore del portale www.nerosubiancoweb.com . Nell’intervista che ci concede racconta come è cambiato il modo di fare informazione, le difficoltà per un giornalista di mantenere la massima libertà di pensiero e la necessità di reinventarsi in una nuova veste. Sempre con lucidità, schiettezza e sana autoironia.

Negli ultimi anni il giornalismo sportivo si è spesso trasformato in infotainment: un bene o un male? E’ una delle tante degenerazioni della nostra società, e di riflesso dei media: televisioni in primis, ormai più attente all’auditel che alla qualità. Devo però dire che il livello del giornalismo sportivo è talmente scaduto in basso che non è nemmeno più immaginabile organizzare trasmissioni di alto livello con prime firme. Fatemi voi i nomi di grandi penne sportive attualmente in attività? Beccantini, Mura, eppoi? Ditemeli perchè in giro non ne vedo. Spopolano purtroppo i ciarlatani che si piccano di sapere di calcio, ma pur di tirare su un po’ di euro e ritagliarsi il loro spazio di celebrità partecipano a qualsiasi tal-show e – se necessita – danno il loro contributo circense. Salvo poi accusare di becerume chi ritengono inferiore. Eppoi, scusate, quando in questo Paese i must televisivi sono programmi come L’Isola dei Famosi o il Grande Fratello, pure lo sport si adegua per fare audience.

In Italia le trasmissioni e i giornali sportivi possono vantare un pubblico più che consistente. Non dovrebbero quindi impegnarsi nell’educare allo sport rispettando l’avversario? Secondo voi esiste ancora il giornalismo super-partes? Rendetevi ormai conto che tutti i giornalisti sportivi tifano per qualcuno e quindi con i loro articoli cercano solo di colpire l’avversario. Mi direte: e tu non lo fai? Certo, ma io almeno dichiaro apertamente e in anticipo da che parte sto. Non fingo, metto subito tutto in chiaro.

Nei suoi interventi di fondo è sempre accompagnato da un’ironia di fondo. Non teme che qualcuno possa fraintendere questo approccio non ritenendola credibile? Io cerco sempre di buttarla sul ridere, perchè secondo me il calcio è innanzi tutto sfottò, divertimento. Dagli ultras mi dissocio nella maniera più assoluta, soprattutto dai violenti. Che siano juventini o meno. Sta poi all’intelligenza di chi guarda capire l’ironia di ciò che dico e faccio e non andare a cercare sempre il polemico per accendere una polemica. Purtroppo c’è gente che vive il calcio come la cosa più seria della propria esistenza e prende tutto troppo seriamente. Per me vengono prima la salute, il lavoro, la mia famiglia, la felicità e, se ci penso bene, anche qualcos’altro. Quanto alla credibilità: è chiaro che per gli ottusi di cui sopra io rappresenterò sempre il guitto che va in tv a sparare cretinate e come tale da non prendere minimamente in considerazione. Ma molte delle persone che mi fermano per strada o che mi scrivono capisce che è tutto un gioco. Si divertono e stanno dalla mia parte. Vi assicuro che sono la maggioranza.

Qual’è stato il suo maestro di giornalismo o a quale modello si ispira? Non c’è più. Si chiamava Indro Montanelli con il quale ho avuto il piacere di lavorare a Il Giornale. Vittorio Feltri è attualmente l’unico erede ed è il solo direttore per cui lavorerei ancora perchè è rimasto l’unico a scrivere e dire sempre ciò che pensa. Per poterlo fare, ha dovuto creare un giornale ad hoc perchè in Italia di testate libere non ne esistono. Fatemi però dire che in tv ho uno splendido rapporto con Fabio Ravezzani: il quale mai una volta mi ha impedito di esprimere liberamente il mio pensiero su squadre e personaggi del mondo del calcio. In altre emittenti non sempre ti è consentito.

Che consiglio vorrebbe dare a tutti quei ragazzi che si avvicinano o che vorrebbero iniziare la carriera da giornalista? Il giornalismo, quello vero, è morto. I giornalisti della carta stampata, oggi come oggi, sono dei semplici impiegati dell’editoria. L’ho constatato di persona a Il Giornale dove ho lavorato per 16 anni. Quando l’ho capito ho deciso di cambiare mestiere e fare l’opinionista televisivo.

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