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Il mito “vecchia guardia”? Non è una chimera.

[oblo_image id=”5″]Forse le bandiere nel calcio non esistono più. Forse quelli come Maldini, Totti e Del Piero (passino quei 2 anni a Padova da ragazzino), non ci sono e non ci saranno più. Ma non tutti i giocatori però, sono collezionisti di maglie e girovaghi del pallone. Se c’è chi come Vieri (12 squadre in 17 anni), o il meno conosciuto Pellicori (11 squadre in 9 anni) ha cambiato maglia in continuazione, ci sono anche quelli come [oblo_image id=”6″]Inzaghi, Zanetti (Javier s’intende), Nedved, che non hanno speso tutta la loro carriera in una sola squadra, ma che hanno comunque militato per molti anni in una società tanto da diventare simboli e beniamini dei tifosi. Questo, ovviamente, non solo per l’anzianità, ma soprattutto per la loro qualità e per le firme che hanno messo nei successi della squadra. Gente come quei tre, gente come Trezeguet, Toldo, Gattuso, fanno sicuramente parte di quello che in gergo calcistico (e più in generale sportivo), viene definito “vecchia guardia”.

[oblo_image id=”4″]Quando si usa questa espressione, gli addetti ai lavori si riferiscono a quell’insieme di giocatori che militano in una squadra da molto tempo e ne formano lo zoccolo duro. In genere sono i più anziani, quelli che fanno da chioccia ai compagni più giovani, meno esperti e magari nuovi arrivati. Si dice che questa famosa “vecchia guardia” abbia un peso reale all’interno dello spogliatoio di ogni squadra, e che tracci le linee di comportamento dentro e fuori dal campo per l’insieme del gruppo.

In effetti, avendoci speso tanti anni della propria carriera ed essendo riconoscenti alla società per la fiducia confermata loro più volte, tali giocatori, che, giova ricordarlo, sono sempre in primis esseri umani, sentono un’appartenenza alla maglia così forte che li spinge, come si suol dire, a “non tirar mai indietro la gamba”. Insomma, il legame con la squadra, con la maglia, con i colori, con la bandiera, con la tifoseria e chi più ne ha più ne metta, diventa tanto forte che spinge il giocatore ad un impegno fuori dal normale, quasi che le sorti della squadra fossero cose di famiglia, da difendere e da portare avanti con la stessa attenzione che si ha con i propri cari. È allora che sentiamo dire: “il ragazzo ha dato tutto”.

[oblo_image id=”3″]Ma cosa significa veramente “non tirar mai indietro la gamba”? Cosa significa “dare tutto per la squadra”? Sono solo espressioni gergali senza senso o sotto sotto c’è qualcosa di vero? Pur rimanendo luoghi comuni, qualcosa dietro c’è. E per capirlo ci sono due strade. Da una parte si possono osservare i numeri. Dall’altra si può, molto più semplicemente, vedere giocare i soggetti in questione.

[oblo_image id=”1″]Iniziamo dalla prima. Non è un caso che sui 30 gol segnati dalla Juve quest’anno, ben 18 siano stati realizzati dalla cosiddetta “vecchia guardia” (per la precisione 11 Trezeguet, 5 Del Piero, 1 a testa per Nedved e Camoranesi). Ancora. Non è un caso che le altre due neopromosse, Genoa e Napoli, si affidino, anche in serie A, ad alcuni calciatori presenti nell’inferno della C e protagonisti della doppia risalita. Vedere per credere. Tutt’ora fra i rossoblù figurano Scarpi, Coppola Rossi e Fabiano. Sicuramente più numerosi i superstiti della rifondazione azzurra. I vari Iezzo, Gianello, Grava, Maldonado, Cupi, Savini, Capparella, Montervino, Gatti, Bogliacino, Calaiò Sosa e Reja non solo sono ancora nella rosa, ma molti di loro hanno anche un ruolo da protagonista in serie A. 11 ragazzi, una squadra intera, più l’allenatore. Non è mica roba da poco. Ecco. Questa è la prima strada.

E l’altra? Ancora più semplice. Per seguire l’altra dicevamo, basta solo guardare le partite, cosa che tutti sappiamo fare benissimo. Per seguire la seconda strada basta [oblo_image id=”2″]tornare indietro a qualche giorno fa, per la precisione a domenica scorsa. Vedere Nedved che, a 35 anni suonati, dopo 85 minuti di corsa e sudore, in una partita apparentemente facile ma che non riusciva a sbloccarsi come quella con l’Atalanta, e che rischiava di finire in pareggio allontanando ancor di più la Juve dall’Inter capolista, vedere Nedved conquistare con quella tenacia il pallone, evitare un avversario e scagliare un tiro incredibile da 30 metri realizzando la rete della vittoria, proprio non si può non capire cosa queste espressioni significhino. Il buon vecchio e caro Nedved, arrivato in Italia undici anni fa, che voleva addirittura ritirarsi dopo il mondiale tedesco e che invece ha poi accettato nientedimeno che la serie B, dopo il purgatorio dell’anno scorso, proprio non ne vuole sapere di vedere la Juve come una neopromossa in lotta per la salvezza. Lui, abituato alla vittoria così come la “sua” Juve, anche se a 35 anni, anche se sul passo d’addio (sarà l’ultimo anno questo?), con il gol di domenica, con quel suo gesto insieme tecnico ed atletico, magari nemmeno fra i più belli della sua carriera, ha fatto molto di più di un semplice gol, ha regalato molto più di 3 aridi punti alla Juve, perché Pavel, con quel tiro, ha riempito di significato due dei tanti luoghi comuni di cui si abusa nel mondo del calcio. E sì, perché quel suo semplice (mica tanto) gesto di domenica, può e deve essere preso ad esempio di cosa significhino espressioni come “dare tutto per la maglia” e “non tirar mai indietro la gamba”. Anzi, per la verità, lui prima non ha risparmiato la gamba vincendo un contrasto con un avversario, poi ha dato tutto, ha messo tutta la sua forza in quel tiro che si è, forse per questo, tramutato in gol. Quando si dice la magia del calcio.

Tifosi, juventini e non, tifosi tutti, apprezzate il gesto di Nedved, perché il suo non è un semplice gol ma è il significato del calcio e forse anche della vita: crederci, crederci sempre, in ciò che si è ed in quello che si fa.

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