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I Funny games di Haneke: il gioco e lo straniamento

[oblo_image id=”1″]Funny games (2007) è un remake molto speciale di un film con lo stesso titolo, lo stesso autore, perfino le stesse sequenze. Soltanto il cast e la lingua cambiano, compiendo quasi un travaso nel contenitore hollywoodiano di un prodotto già confezionato in Europa.

Michael Haneke ripete se stesso ma più precisamente si ribadisce, ovvero rinnova il suo messaggio, ancora vivo e attuale, dopo 10 anni. I suoi “giochi divertenti” vale proprio la pena di riproporli, con tutto il loro potere di turbare, da un lato, e di far riflettere, dall’altro. Per sua stessa ammissione, egli realizza questa pellicola al fine di muovere una decisa critica a un certo sistema di produzioni americano, che mette in scena tanto gratuitamente violenza, buoni sentimenti e improbabili perfezioni familiari.
Haneke non vuole quindi usare il gioco come pretesto per raccontare e soprattutto per spettacolarizzare ma, al contrario, vuole che il suo film sia esso stesso gioco, ovvero un accordo tra i partecipanti per svelare e far emergere le regole stesse che lo reggono. Questo accordo, pertanto, ha il valore di una trasgressione, una violazione dello spettacolo, in cui lo spettatore non si immedesima più ma è costretto a interagire con la narrazione.

Il meccanismo non è nuovo, si tratta del famoso effetto straniante (o brechtiano), che vorrebbe appunto un pubblico attivo nella riflessione e non immerso nella partecipazione dell’immagine. L’uso originale che ne fa l’autore austriaco è però ben congeniato e abilmente costruito, ai fini di raggiungere il suo scopo, ovvero quello di “far sentire” questo passaggio (forse senza riuscirci con tutti) tra coinvolgimento emotivo e distacco riflessivo.
[oblo_image id=”2″]A tale riguardo, la struttura del film risulta ben equilibrata. Per più di una volta ci fa scivolare all’interno, perché possiamo avvertire la tensione degli eventi e poi, all’improvviso, ci tira fuori, quasi come fossimo stati pescati da un amo. A condurre il gioco, in tutti i sensi, è il “bad boy” Paul (Haneke sotto mentite spoglie), che in più di un momento, quando la suspense è altissima e l’angoscia ampiamente diffusa, si rivolge candidamente alla camera. Con chi sta giocando veramente il ragazzo, che veste i panni di questo demiurgo del terrore? Vuole divertirsi con le sue malcapitate vittime oppure è a noi, fuori dallo schermo, che parla, per sussurrarci che è tutta una finzione e che vale la pena di fare un passo indietro, al fine di cogliere il messaggio del film?

Questo espediente meta-comunicativo viene addirittura esasperato quando il demiurgo decide che la storia prende una piega sbagliata, così cerca nervosamente il telecomando per riavvolgere il nastro e riprendere il controllo della pellicola. Forse qualcuno, ormai troppo immerso, avrà avvertito con fastidio questa interferenza (urlando ingenuamente all’errore) e soprattutto avrà protestato quando, nel finale, il nostro Paul conferma il suo inevitabile potere di burattinaio, indignandosi col regista e chiamandolo sadico. Se questo è accaduto, la trappola di Haneke è scattata alla perfezione, mentre falliva il suo intento di far passare il suo messaggio. In fondo lo ribadisce egli stesso, in un paio di scene, che in certi giochi si rischia di perdere in ogni caso e che, confondendo troppo la realtà con la finzione, si finisce per non distinguerle più.

[oblo_image id=”4″]Sembra quasi accennare a quella lucida analisi di Guy Debord, che ci avvertiva di diffidare della società dello spettacolo, perché a starci troppo attaccati si finisce per credere che l’unico modo di essere sia quello dell’apparire, esattamente come avviene nelle pellicole più convincenti e… nella sciagurata era dei consumi. (Ma qui il problema ci porterebbe troppo lontano, meglio tornare al film).
Il gioco psicologico che costruiscono i due rinnovati “drughi” (il riferimento a Kubrick è più che evidente) contiene, quindi, un pericoloso e fastidioso contrasto. Si tratta di una contraddizione comunicativa tra due messaggi, uno veicolato dal livello della forma e uno da quello del contenuto (uso modi gentili, ma per farti violenza!), che inevitabilmente inducono nello spettatore quell’irritante e insopportabile dissonanza. Tale “doppio vicolo”, che Gregory Bateson descrisse ampiamente, conduce necessariamente, se innescato fin da bambini, a dei disturbi mentali. Non a caso il primo a rimetterci, nel massacro, è proprio il ragazzino.

Haneke sembra aver ben interiorizzato questo rischio, trasferendolo nel film come un monito, un esplicito avvertimento. Inoltre lancia una provocazione a coloro che cercano troppi sollievi nei film (e ovviamente un’accusa ai loro produttori), come pillole di illusioni edulcorate. Queste false medicine, sembra voler sottolineare il regista, possono dare dipendenza, e il pericolo è quello di credere a tutto ciò che si “vede” e soltanto perché lo si è visto.

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