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I fatti di Milano, i ‘maranza’ e la responsabilità degli adulti: siamo capaci solo di contare i danni?

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Si è detto, scritto e letto molto sui fatti di Milano, sui ragazzini in piazza che spaccano vetrine, sull’interpretazione di una deriva che facciamo molta fatica a inquadrare. Fatica che facciamo noi adulti, abituati a leggere la realtà con le nostre categorie e i nostri strumenti: le proteste, le contestazioni, le violenze di piazza, le rivendicazioni politiche. E si potrebbe andare ancora avanti a lungo con la lista di definizioni che hanno poco, o nulla, a che fare con quello che sta accadendo.

Ognuno di noi, nel suo ruolo, rischia di contribuire a raccontare qualcosa che non esiste più. Qualcosa che è stato, che abbiamo imparato a comprendere, ma che oggi non c’è più. Lo sforzo che dovremmo fare, tutti, è cercare di capire cosa c’è nella testa, nelle emozioni e nella vita di quei ragazzi e ragazzini. Li chiamiamo tutti ‘maranza’, generalizzando, semplificando e banalizzando. Non possiamo che condannarli per quello che fanno, qualsiasi tipo di indulgenza sarebbe fuori posto e anche pericolosa. Ma anche noi dobbiamo fare una scelta che non ammette zone grige. O rinunciamo a interagire, e quindi condanniamo, puniamo, isoliamo, e aspettiamo il prossimo fatto di cronaca per tornare a mostrare sdegnata riprovazione. Oppure, proviamo a tenere aperto un contatto, cercando di raccogliere più elementi possibile per entrare in un mondo che sembra solo un’area infestata da ripulire. Per farlo, però, dobbiamo anche mettere in gioco i nostri errori, le nostre responsabilità, anche solo la nostra disattenzione.

Mentre la prima è una strada lineare, facile da percorrere. È fatta di passaggi che conosciamo bene. Il contenimento dei danni, le strette securitarie, la repressione sul piano pubblico, quello delle Istituzioni; i divieti, le punizioni, la riduzione degli spazi di libertà sul piano privato, quello delle famiglie. Con la seconda strada, accettiamo tutte le curve, i dossi e le asperità di un percorso accidentato. Siamo su un piano decisamente più difficile.

Se scegliamo questa prospettiva, c’è un aspetto che, più degli altri, ci interroga. Riguarda le cause, le motivazioni, l’origine di un fenomeno che si manifesta oggi ma che viene da lontano. Dove e perché nasce la spinta a convergere, fisicamente ed emotivamente, su un obiettivo condiviso che è essenzialmente uno, pur con declinazioni complementari tra loro: rompere, sfasciare, conquistare uno spazio, abbattere, materialmente molto più che ideologicamente, delle barriere? E, ancora, quale peso ha l’esposizione continua alla narrazione dei social e degli influencer, ai modelli di comportamento che vanno, con diverse gradazioni, dall’esaltazione dell’idiozia all’istigazione a delinquere? I nostri figli sono fuori dalla dinamica del videogioco, che porta a perdere qualsiasi contatto con la realtà? Soprattutto, quale e quanta responsabilità abbiano noi? Anche queste domande potrebbero andare avanti all’infinito.

Per cercare anche qualche risposta, c’è un primo passo chiave da fare. Dobbiamo dedicare tempo, energie, idee a quei ragazzini e a quei ragazzi. Proprio ai ‘maranza’, a quelli che hanno già sfasciato le vetrine e a quelli che potrebbero farlo domani, e in mezzo ci sono potenzialmente anche i nostri figli. Lo dobbiamo fare dentro casa, da genitori, amici o parenti, e lo devono fare, nella dimensione pubblica, la scuola, tutti i centri di aggregazione e la politica. Altrimenti, la partita è persa e ci condanniamo a contare i danni, quelli materiali e quelli sociali, che possono diventare irreversibili. (Di Fabio Insenga)

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