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Gol di mano, mezze verità e occasioni mancate

[oblo_image id=”1″] Premessa iniziale. Alberto Gilardino è senz’altro giocatore corretto e ragazzo sensibile. Aggiungiamo che la rete realizzata con la mano a Palermo è la numero 101 in serie A. E non bisogna essere Sherlock Holmes, per dedurre che gli altri 100 gol segnati ad appena 26 anni siano un biglietto da visita più che convincente per il bomber di Biella. Concediamo anche tutte le attenuanti dovute alla tensione della gara, ma non possiamo sorvolare sulle dichiarazioni del post partita. Quanto ci avrebbe fatto piacere sentire un calciatore pronto a riconoscere pubblicamente le proprie colpe. Ci siamo dovuti accontentare di qualche mezza ammissione celata da un visibile imbarazzo. Involontarietà, istinto, disturbo del difensore: queste le motivazioni additate da Gilardino per giustificare il proprio tocco con la mano. Si sa che il calcio non è esattamente lo sport simbolo del fair play. Le simulazioni costellano settimanalmente la moviola, persino la presenza di un giocatore a terra fa sospettare che si tratti di un escamotage per perdere tempo. E non parliamo di falli tattici, proteste intimidatorie e di tutte le altre diavolerie architettate nel rispetto della legge secondo cui “nel calcio il risultato è l’unica cosa che conta”. Qualcuno si è anche compiaciuto della propria marachella. Maradona si divertì a schernire gli inglesi parlando di mano di Dios commentando il gol costato all’Inghilterra l’eliminazione dal mondiale ’86. Qualcun altro ha ribadito come il calcio sia lotta senza quartiere. Il rude ex difensore bianconero Paolo Montero stupì i giornalisti in conferenza stampa con una disarmante pillola di saggezza: “Se un avversario si butta in area e l’arbitro fischia il rigore, gli faccio i complimenti. Vuol dire che è stato più furbo di me”. Tutto vero, ma ci chiediamo se Gilardino non potesse essere l’apripista di una nuova frontiera. Non c’era bisogno di un pentimento, sarebbe stato sufficiente mettere al bando la diplomazia tipica dei calciatori. Perchè a volte si può essere furbi anche dicendo la verità. E forse non è neanche così vero che il risultato sia l’unica cosa che conti.

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