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Ascanio Celestini a L’Elefante: «Siamo arrivati al punto di chiedere almeno di morire con dignità»

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Ascanio Celestini porta a L’Elefante le parole di un padre di Taranto che aveva perso la figlia per le conseguenze della crisi dell’ex Ilva. Non si chiedeva più soltanto di vivere, ma almeno di poter morire con dignità. Una frase che l’attore e regista romano ha definito il punto più drammatico a cui una comunità possa arrivare, e che ha scelto come filo conduttore della sua intervista questa sera su Rai 3, nel programma condotto da Peter Gomez.

L’intervista tocca il nodo del lavoro e delle vertenze industriali che negli ultimi anni hanno segnato il Paese. Celestini osserva come spesso i territori vengano raccontati soltanto attraverso le tragedie che li hanno colpiti, perdendo di vista tutto il resto. C’è il rischio che un luogo venga identificato esclusivamente con il suo dramma, mentre intorno a quella vicenda continuano a esistere persone, storie e comunità che meritano di essere ascoltate.

La frattura tra lavoratori e mondo produttivo

Ripercorrendo le lotte operaie e le mobilitazioni degli ultimi decenni, il regista descrive un legame di solidarietà che si è progressivamente indebolito tra lavoratori e sistema produttivo. Una frattura che, a suo avviso, ha alimentato disagio e insicurezza diffusi, rendendo più fragili le comunità già colpite dalle crisi industriali.

Il discorso si allarga poi alle manifestazioni studentesche e sociali di questi giorni. Celestini invita a non fermarsi alle immagini di superficie. Oggi la situazione è molto più complessa di come viene raccontata. Dietro a quei volti ci sono giovani che vivono condizioni di precarietà, di incertezza e di difficoltà sempre maggiori.

Pasolini e le radici del disagio sociale

L’artista richiama una riflessione di Pier Paolo Pasolini sul rapporto tra manifestanti e forze dell’ordine, ancora attuale secondo lui per leggere le tensioni di oggi. Le cause, sostiene, affondano nelle disuguaglianze economiche e nelle condizioni materiali delle persone, non nelle semplificazioni mediatiche. Quando aumentano le difficoltà e diminuiscono le prospettive, il rischio è che il disagio sociale diventi sempre più duro e difficile da governare.

È da questa cornice che torna la storia di Taranto e di quel padre. Una testimonianza che Celestini ha scelto di non tenere per sé, perché racconta qualcosa che va oltre la singola vicenda. Siamo arrivati al punto che non si chiede più soltanto di non morire, ma almeno di morire con dignità. E questo è veramente tragico.

L’Elefante è disponibile anche su RaiPlay.

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