Ci sono voluti dieci anni e dieci canzoni perché Cristiana Antoniani, in arte Duedimé, riuscisse a distinguere ciò che è da ciò che qualcuno l’aveva convinta di essere. Il risultato è Come vernice, debut album prodotto da Roberto Terranova e uscito venerdì 25 settembre per INDACO Records/ADA Music Italy: un disco che attraversa la manipolazione psicologica, il rapporto con il cibo e con il corpo, la depressione e la lenta riconquista di uno spazio personale.
Il titolo non è casuale. La vernice è la metafora di tutto ciò che può depositarsi su una persona all’interno di una relazione disfunzionale: uno strato sopra l’altro, che nel tempo finisce per sostituire la forma originaria. Scrostarlo significa compiere l’operazione inversa, separando ciò che appartiene davvero a sé stessi da tutto quello che, nel lungo periodo, si è finito per credere proprio. Il disco si apre con Zero (preludio), in cui Duedimé fissa uno specchio senza riconoscersi, e si chiude con Come vernice (epilogo), dove di quello specchio deformante non accetta più l’immagine: E come vernice lo strato si scrosta e non ho la forma dei tuoi tocchi.
Un decennio di canzoni che raccontano la stessa storia
Le dieci tracce dell’album sono state scritte in tempi e città diverse: alcune risalgono a quando Duedimé aveva diciannove anni e viaggiava sui regionali per studiare al Conservatorio, altre appartengono agli anni romani tra studio e lavoro in una caffetteria, altre ancora sono nate a Bologna. Non erano state pensate come capitoli consecutivi della stessa storia. Rileggendole a distanza, però, la cantautrice ha riconosciuto un filo comune: il rapporto complesso con sé stessa e con il concetto di amore, la depressione, i disturbi alimentari, la dipendenza affettiva, le aspettative e le parti del proprio corpo che aveva imparato a rifiutare.
Nella scrittura di queste canzoni ho deciso, come punto di partenza, di abbracciarmi, comprendermi e perdonarmi, racconta l’artista, che descrive i brani anche come una forma di terapia: non nel senso clinico del termine, ma nel senso di ciò che ha significato scrivere mentre molte di quelle esperienze erano ancora troppo vicine per essere osservate a distanza.
Il disco non arriva a guarigione avvenuta. Conserva e attraversa tutte le fasi che la precedono, in quel tempo spesso lungo nel quale si comincia a riconoscere ciò che sta accadendo senza essere ancora riusciti a uscirne.
Il corpo come campo di battaglia
Uno degli assi portanti di Come vernice è il rapporto con il cibo e con il peso corporeo, raccontato senza eufemismi. In Sei tutti i chili che ho addosso, il peso fisico e quello del tempo perduto finiscono nello stesso verso: Sei tutti i chili che ho addosso e tutto il tempo che ho perso. Bologna fa da sfondo a un’immobilità che tiene sotto scacco anche il futuro: Bologna è un cumulo di passi, li cammino e non li sento. Il malessere arriva dritto allo stomaco — mi fai svegliare ogni giorno con lo stomaco rotto da menta e caffè senza zucchero — mentre il giudizio ricevuto negli anni continua a interferire con il modo in cui l’artista guarda il proprio corpo.
Si chiama Karma o si chiama Fortuna nasce durante uno dei periodi più difficili del binge eating di cui Duedimé ha sofferto: una scatola di biscotti vuota, lo stomaco che grida non voglio più niente, e subito dopo ancora carboidrati e incertezze. Non è fame, ma il tentativo di riempire attraverso il cibo un vuoto che il cibo non può colmare. Il sarcasmo tiene insieme tutto, senza ridurre la complessità del percorso.
In Equilibrio (questo sconosciuto) arriva il rumore dei consigli non richiesti: dimagrire, camminare, mangiare poco e spesso, mentre intorno sembrano essere tutti laureati, fidanzati, realizzati. Tutti un po’ Mulino Bianco, scrive Duedimé, e quella frase dice più di molte spiegazioni.
Il momento più diretto è in Non farò a meno della vita: A volte vorrei essere ossa, quella taglia in meno che manca. Poi arriva la risposta, quasi sottovoce: Ma poi mi dico che le ossa, quelle no, non riescono a cantare. Non c’è ancora l’accettazione di sé. C’è però un pensiero che interrompe, almeno per un momento, il desiderio di essere più piccola.
La violenza psicologica che non si vede
Secondo i dati Istat riferiti al 2025, il 17,9% delle donne che hanno o hanno avuto un partner dichiara di aver subito violenza psicologica; tra quelle con un ex partner la percentuale sale al 27,9%. Controllo, isolamento, svalorizzazione, violenza verbale e intimidazioni rientrano tra le forme più comuni. Le conseguenze restano quasi sempre invisibili, e su questo Come vernice insiste con maggiore forza.
In Abitudinaria novità compare una frase che rompe il meccanismo: sono io la mia cura. Prima di arrivarci, però, Duedimé attraversa la fase di chi continua a chiedere scusa persino mentre sta male: Chiedo scusa se esisto e se occupo un posto. Poi corregge la direzione di quelle scuse: Avrei dovuto chiederlo a me.
La ragazza che non c’è racconta la sensazione di essere cancellati pur stando accanto a qualcuno: Da due mesi nella stessa stanza, io di nuovo non sono abbastanza. Due persone possono condividere lo stesso spazio e non incontrarsi più. Il silenzio produce un’eco.
La danza, le negazioni, l’epilogo
Nella seconda metà del disco il tono cambia gradualmente. In La danza, il movimento che all’inizio la protagonista subisce diventa qualcosa che, nell’ultima ripetizione, balla leggera. Cade ancora, ma questa volta ride. La stanza è la stessa; è cambiato il modo in cui riesce a viverci dentro.
Negazioni è il brano della distanza consapevole. Duedimé non vuole odiare, non vuole dimenticare forzatamente e non vuole riempire ogni giornata di voci e facce pur di non sentire il peso dell’assenza. Ha imparato a stare nel silenzio: Di me ho scoperto quel meglio, quello che con te io avevo perso.
Nella title track finale il ritornello cambia destinatario. Duedimé non parla più alla persona da cui cercava una conferma. Parla a sé stessa: Non spargere te stessa al vento invece di investire su di te. Scrostare la vernice non significa diventare una persona nuova, ma riconoscere ciò che esisteva prima che lo sguardo di qualcun altro cominciasse a modificarne la forma.
Chi è Duedimé
Cristiana Antoniani, classe 1997, è originaria del Molise. Si diploma con lode in canto pop-rock al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone e vince borse di studio al CET di Mogol e all’Art Voice Academy di Castelfranco Veneto. Riceve il Premio della Critica e della Stampa all’Humanity Music Festival per la sua interpretazione di Io ti vorrei parlare di Mango. L’attività dal vivo la porta a cantare con la Gerardo Di Lella Grand Orchestra al Ravello Festival, a partecipare al Symphony Tour di Roby Facchinetti nei maggiori teatri italiani e al tour Diego Basso Plays Queen con Stef Burns e Kerry Ellis.
La matrice sonora di Come vernice è pop, pop-rock e indie, con spazio negli arrangiamenti per il blues, l’elettronica e la canzone d’autore italiana. La parola è sempre in primo piano. L’album è disponibile su tutti i digital store.