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Albania, l’analista: “Rama può restare al potere, ma vera sfida è riconquistare fiducia cittadini”

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Edi Rama può contare su una solida maggioranza parlamentare, ma questo non significa che possa ignorare la crisi di fiducia emersa con le proteste a Tirana. “Bisogna distinguere tra mantenere il potere e conservare la fiducia dei cittadini”, afferma in un’intervista all’Adnkronos Lutfi Dervishi, commentatore e analista politico, docente all’Università di Tirana. Al governo dal 2013 e confermato per un quarto mandato nel 2025, il primo ministro deve fare i conti con una mobilitazione che, partita dalla contestazione di progetti turistici in aree protette, si è allargata fino a mettere in discussione il modo in cui viene governato il Paese. In piazza sono scesi anche studenti delle scuole superiori e universitari, segnale, secondo Dervishi, di un malcontento che guarda al futuro oltre che alle scelte dell’esecutivo. “Una generazione sta mettendo in discussione non solo singole decisioni del governo, ma anche le proprie prospettive”.

La crisi, dunque, va oltre gli equilibri parlamentari e pone il problema della risposta politica alle richieste dei manifestanti. Le elezioni anticipate restano un’opzione, ma non sono una conseguenza automatica delle proteste. “Sono una possibile risposta, ma richiedono una decisione politica e istituzionale concreta”, spiega Dervishi. Per evitare un ulteriore inasprimento dello scontro, aggiunge, servono “un dialogo autentico, indagini indipendenti sulle denunce di abusi della polizia e risposte credibili alle rivendicazioni dei cittadini”. Quando le persone ritengono che le istituzioni non ascoltino le loro richieste e che il voto non basti a garantire responsabilità politica, avverte, la frustrazione rischia di uscire dai normali canali democratici.

La gestione della protesta si intreccia inevitabilmente con il percorso dell’Albania verso l’Unione europea. Per Dervishi, però, i due piani non vanno confusi: “L’integrazione europea è un obiettivo nazionale, non la proprietà di un primo ministro o di un partito”. Bruxelles guarderà soprattutto al rispetto dello Stato di diritto, all’indipendenza della giustizia e alla capacità delle istituzioni di tutelare i diritti fondamentali. “L’Ue – precisa – non chiede a un Paese di essere privo di proteste. Il diritto di riunirsi pacificamente è un valore europeo fondamentale”.

Questo non significa ignorare le violenze. Gli attacchi contro gli agenti, i danneggiamenti e le aggressioni agli edifici pubblici devono essere condannati e perseguiti. Allo stesso tempo, sottolinea l’analista, le denunce di uso eccessivo della forza, detenzioni arbitrarie e abusi da parte della polizia devono essere verificate in modo indipendente. “Lo Stato ha il diritto e il dovere di mantenere l’ordine pubblico, ma l’uso della forza deve essere legale, necessario e proporzionato”. La prova decisiva sarà capire se le istituzioni sapranno agire con imparzialità e garantire ai cittadini la possibilità di manifestare senza intimidazioni.

Sul fronte politico si inseriscono anche le accuse di Rama, che ha evocato un possibile coinvolgimento di Russia e Iran nei disordini. Un’ipotesi che, secondo Dervishi, va valutata sulla base di elementi concreti, senza confondere minacce reali con responsabilità ancora da dimostrare. “L’Albania ha legittime preoccupazioni per la sicurezza: ha subito attacchi informatici attribuiti all’Iran e la disinformazione russa è un problema per i Balcani occidentali. Ma questo non dimostra che Teheran o Mosca siano dietro le proteste a Tirana.”

Al momento, osserva, non esistono prove pubblicamente verificabili che dimostrino che uno dei due Paesi abbia organizzato, finanziato o diretto le manifestazioni. Se il governo dispone di informazioni attendibili, dovrebbe renderne pubblica la parte divulgabile e affidare eventuali sospetti di reato alle autorità competenti. “Le accuse sulla sicurezza nazionale sono troppo serie per essere trasformate in slogan politici”, avverte.

Dervishi invita inoltre a distinguere tra chi può cercare di sfruttare una crisi e chi ne ha provocato l’inizio. Eventuali attori stranieri potrebbero amplificare le divisioni o diffondere disinformazione, ma questo non cancella le ragioni interne della mobilitazione: corruzione, concentrazione del potere, opportunità economiche, istruzione, tutela dell’ambiente e responsabilità delle istituzioni. “L’Iran e la Russia possono avere interessi in Albania, ma i cittadini albanesi hanno le proprie ragioni per protestare. Il governo non dovrebbe confondere le due cose”.

Per l’analista, la risposta a eventuali interferenze esterne passa proprio dalla capacità dello Stato di affrontare il malcontento senza delegittimare chi manifesta pacificamente. Rafforzare le istituzioni, garantire il rispetto della legge e ricostruire il rapporto con i cittadini è la condizione per superare la crisi. “La stabilità dell’Albania non dovrebbe essere misurata da quanto a lungo un governo rimane al potere, ma da quanto bene funzionano le istituzioni democratiche quando quel governo viene contestato”.

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