Wu Ming , dopo la Q viene la R . La R di Rivoluzione

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Wu Ming , L'armata dei sonnambuli
Wu Ming , L’armata dei sonnambuli

Di anni e di romanzi, a partire dalla prima opera del collettivo bolognese (in quel caso firmata ed attribuita a Luther Blissett, identità collettiva sotto cui negli anni Novanta si sono raccolti un numero imprecisato di artisti, agitatori culturali, performer, hacker, squatter e chi più ne ha più ne metta) ne sono passati parecchi. Anni in cui molta di quell’aura rivoltosa e destabilizzante che il progetto aveva allora si è dissolta, ed il quartetto stesso è stato tranquillamente inglobato nei meccanismi più mainstream della letteratura nostrana.

Non che questo sia una colpa, anzi, ma un semplice processo evolutivo per cui ciò che un tempo era considerato sotterraneo oggi viene lanciato in grande stile occupando quasi un quarto dello stand Einaudi all’ultimo Salone del Libro di Torino, e magari un giorno non lontano fatto leggere nelle scuole.

Non cambiano, però, stili e temi dei romanzi di Wu Ming. Mentre nel ’99 ci portavano a  scorrazzare nel cuore dell’Europa, tra le rivolte popolari del Cinquecento, tra Riforma e Controriforma, con L’armata dei sonnambuli ci fanno immergere fin nel cuore della Rivoluzione per eccellenza, quella con la R maiuscola.

Parigi, 21 gennaio 1793. In una Place de la Révolution stipata all’inverosimile il popolo di Parigi attente di veder rotolare, dal palco su cui è installata Madama la Ghigliottina, la testa del cittadino Luigi Capeto, un tempo noto come Re Luigi XVI. È da qui che prende avvio il romanzo, e fin da subito vediamo animarsi e scontrarsi le forze della rivoluzione e quelle della controrivoluzione, in una lotta via via più serrata fino all’epilogo finale.

Un po’ romanzo storico, un po’ romanzo fantascientifico, un po’ romanzo d’avventura, L’armata dei sonnambuli si muove lontano dalle immagini scolastiche della rivoluzione, per immergersi nel puzzo dei vicoli e nei torrenti di sangue del Terrore, nelle campagne isolate e refrattarie alle novità della capitale, tanto ostili da essere soffocanti. Ci porta sulle ribalte dei teatri e nelle arene clandestine di boxe, nelle taverne più squallide e nei ristoranti à la page. Dipinge un mondo vivido e violento, in cui le forze in gioco si combattono senza esclusione di colpi.

«Te lo si conta noi, com’è che andò. Noi che s’era in Piazza Rivoluzione. Qualchedun altro te lo conterebbe – e magari te l’ha già contato – come son buoni tutti, cioè a dire col salinzucca di poi, dopo aver occhiato le stampe sui libri […] Uno sa già com’è andata a finire – tanto, dice, per quelli come noi come deve finire? – e allora la conta dal difuori della mischia, tutto compunto, come da in vetta a una torre».

Il romanzo, al contrario, fa di tutto per buttarci nella mischia, per raccontarci la Rivoluzione dal didentro, senza sale in zucca ma con le mani che prudono. Non ci sono i grandi nomi dei testi scolastici: Robespierre, Danton, Marat, Brissot e compagnia cantante. Rimangono sullo sfondo mentre il primo piano è tutto per personaggi minori, anonimi, popolari.

Ancora una volta i Wu Ming sono riusciti a coniugare una prosa piacevolissima e scorrevole, una storia solida e appassionante, con un fitto sottotesto di rimandi e temi sociali e culturali, politici e filosofici, senza che tutto ciò vada a pesare eccessivamente sul racconto, e far si che il libro rimanga una grande ed avvincente avventura popolare.

Ottocento pagine che scorrono lisce come l’acqua,  da leggere approfittando delle vacanze, quando si può concedere ai libri un po’ più di tempo libero.

Come tutti i libri di Wu Ming potete acquistarlo nell’edizione Einaudi, oppure scaricarvelo, fotocopiarvelo e riprodurlo del tutto legalmente, purché non a fini commerciali, essendo distribuito in copyleft.

Dalla quarta di copertina:

«1974. Parigi ha solo notti senza luna. Marat, Robespierre e Saint-Just sono morti, ma c’è chi giura di averli visti all’ospedale di Bicêtre. Un uomo in maschera si aggira sui tetti: è l’Ammazzaincredibili, eroe dei quartieri popolari, difensore della plebe rivoluzionaria, ieri temuta e oggi umiliata, schiacciata da un nuovo potere. Dicono che sia un  italiano. Orde di uomini bizzarri riempiono le strade, scritte enigmatiche compaiono sui muri e una forza invisibile condiziona i destini, in città e nei remoti boschi dell’Alvernia. Qualcuno la chiama fluido, qualcun altro Volontà. Guarda, figliolo: un giorno tutta questa controrivoluzione sarà tua.»

Wu Ming, Einaudi Stile Libero, 2014

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