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Sport in crisi: boxe e ciclismo in cerca di credibilità

Non sono sport affini, ma sono accomunati dallo stesso destino. Non hanno gli stessi problemi, ma faticano entrambi a trovare una soluzione. Pugilato e ciclismo vivono una fase delicata dove un passato glorioso si scontra con un presente fragile e ricco di interrogativi. Per capire le difficoltà delle due discipline, è sufficiente chiedere al primo che passa di dire i nomi dei campioni che vengono in mente. Il rischio è che ad essere menzionati siano i fuoriclasse di tempi lontani, i protagonisti d’oggi non hanno la stessa forza carismatica, lo stesso appeal. Ma proviamo ad analizzare le ragioni della crisi.

[oblo_image id=”1″] Il pugilato è per definizione sport nobile. Le sue storie hanno ispirato scrittori, letterati e registi cinematografici per la capacità del ring di rappresentare la lotta nella sua versione più fedele. Ma da almeno un decennio la boxe sembra avviata ad un lento oblio: i campioni attuali non entusiasmano, la frammentazione in una miriade di incomprensibili sigle e federazioni ha tolto fascino alla stessa cintura di campione. Non è un caso che per invertire la tendenza, stia circolando voce di un nuovo match tra Mike Tyson ed Evander Holyfield, rispettivamente 41 e 45 anni. Poco importa che l’ultima sfida non abbia avuto esattamente un epilogo felice con il povero Evander saltellante per il dolore dopo che “Iron” Mike gli aveva mozzato un lobo con un morso. Solo i loro nomi riescono ad attirare le televisioni e lo show business: le nuove leve non hanno lo stesso impatto mediatico. Anzi, progressivamente il pugilato sta cadendo sotto i colpi di altre discipline di combattimento: dalle arti marziali al wrestling che acquisiscono talenti e creano personaggi.

[oblo_image id=”2″] Passiamo al ciclismo. Finora l’affetto della gente è rimasto immutato. Ogni tappa di montagna vede uno straordinario cordone umano sul ciglio delle strade che accompagna le fatiche dei corridori. Gli appassionati delle due ruote accettano ore di attesa e spostamenti interminabili pur di vedere e incitare per qualche secondo i propri beniamini. Ma anche una passione così travolgente può essere messa in crisi dalla piaga del doping e dalla confusione che attorno ad essa si crea. Le cronache più recentiraccontano della possibile squalifica per 2 anni di Danilo Di Luca, il vincitore dell’ultima edizione del Giro. Ma se l’abruzzese probabilmente non potrà difendere la maglia rosa, non se la passa meglio il trionfatore dell’ultimo Tour de France. Lo spagnolo Alberto Contador è stato escluso dalla Grande Boucle perché la sua squadra non è gradita agli organizzatori. Neanche a dirlo, anche in questo caso il problema è il sospetto doping. E non si è ancora spenta l’eco della querelle relativa al Tour 2006 con l’incoronazione a tavolino di Pereiro dopo le estromissioni di Rasmussen e Floyd Landis. Non si può neanche cancellare l’alone di sospetto che aleggia intorno a Lance Armstrong. Il fuoriclasse texano, vincitore di ben sette edizioni consecutive dal 1999 al 2005, è stato al centro di insinuazioni sui valori del suo sangue e su pratiche poco ortodosse. Come uscire dal tunnel? Di sicuro la volontà di debellare il doping c’è. I controlli e le sanzioni nel ciclismo sono rigorosissime – a differenza di altri sport – ma non si può certo ritenere il problema in via di soluzione.

E allora agli amanti di ciclismo e boxe non rimane che attendere. Sperando che la crisi sia passeggera e che si ritorni agli antichi fasti. Ma servono rimedi urgenti: l’affetto degli appassionati è il bene più prezioso, se si dovesse perdere non sarà più possibile risalire la china

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