Reja, Mancini e il duro mestiere dell’allenatore

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Alla fine di una stagione piena di cambi in panchina, la nostra Serie A chiude in bellezza congedando perfino il tecnico campione d’Italia. È la prima volta dalle nostre parti che l’allenatore campione uscente venga messo alla porta appena dopo aver concluso una stagione trionfale. Fa ancora più strano se si pensa che Roberto Mancini non ha vinto solo quest’anno, ma ha conquistato gli ultimi 3 tricolori (anche se il primo a tavolino per i fatti di Calciopoli). Inoltre, il tecnico marchigiano, in questi 4 anni in nerazzurro, ha alzato anche 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe di Lega. In tutto fanno 7 trofei in 4 anni, quasi due all’anno: non è roba da poco.

[oblo_image id=”3″]Da quando il calcio (ma in generale lo sport) è diventato più business che divertimento (da un po’ di anni per la verità) ci hanno insegnato e ci ripetono costantemente che i risultati sono alla base di tutto. Risultati sul piano tecnico s’intende, che poi significano, di fatto, anche, o forse sarebbe meglio dire innanzitutto, risultati sul piano economico. Insomma più si vince, più si guadagna, per cui bando alle ciance e si pensi solo ai risultati. Ci si dimentica però che il calcio, così come gli altri sport, è prima di tutto un gioco, e un gioco è, a sua volta, anzitutto un divertimento, per chi lo pratica e per chi ne è spettatore. Pertanto, questa logica del risultato, dalla quale siamo perennemente circondati, se va bene per le aziende non calza molto a pennello per lo sport. E va bene che le società sportive sono ormai aziende operanti nel settore dell’intrattenimento, ma non ci si dimentichi però la natura del settore, l’intrattenimento appunto. Intrattenere significa innanzitutto divertire, ma il divertimento scarseggia sempre più.

Premesso questo, fermiamoci un attimo a pensare. In questi ultimi giorni non è stato rimosso dal suo incarico soltanto Mancini, anche numerosi altri tecnici hanno seguito, purtroppo per loro, le sue orme.

[oblo_image id=”1″]Al Siena dopo una salvezza conquistata in anticipo e risultati straordinari come il ko inflitto a Roma e Juve e il pari alla penultima giornata a San Siro con l’Inter (oltre che al quasi pareggio a San Siro contro il Milan vittorioso solo grazie al guizzo vincente dell’esordiente Paloschi) hanno pensato bene di mandare a casa Beretta che già l’anno prima aveva salvato i toscani e che, dopo essere stato accantonato l’estate scorsa, quest’anno era stato richiamato frettolosamente in panchina per conquistare una salvezza allora non troppo sicura.

A Cagliari hanno avuto il coraggio di separarsi da Ballardini che, dopo due esperienze andate male in terra sarda, è riuscito finalmente a esprimere le sue qualità conquistando la permanenza in massima serie con una squadra che fino a fine gennaio era ultima in classifica e staccata non di poco dal quart’ultimo posto. La stella di Acquafresca gli ha sicuramente dato una grossa mano ma alzi le mani chi aveva pensato di affidare al giovanissimo Robert il compito di risolvere il problema del gol.

Merita almeno un cenno anche un caso che viene dalla bellissima, ma allo stesso tanto bistrattata dalle tv, Serie B. Il caso viene da dintorni di Bergamo, per la precisione da Albino e Leffe, due società che pochi anni fa pensarono bene di [oblo_image id=”4″]unire le loro forze per darsi un futuro. Il futuro se lo sono dato eccome, e pure forte, arrivando quanto meno a sfiorare la promozione. I bergamaschi giocheranno i play off ma senza l’allenatore che li ha portati a questo storico traguardo. Anche Elio Gustinetti infatti, è stato esonerato alla vigilia dell’ultimo turno di campionato e di questo importantissimo appuntamento con la storia. Valli a capire.

Risultati ne hanno ottenuti questi tecnici, ma evidentemente non sono bastati per ottenere la conferma. Loro, come un po’ tutti, si staranno chiedendo: “ma se non basta più vincere cosa bisogna fare per rimanere al proprio posto?”. Chi conosce la risposta, come al solito, alzi la mano.

E pensare che c’è chi, per tutto l’anno, è stato criticato per uno scarso livello di gioco e di spettacolo espresso dalla sua squadra, ma poi, alla fine, grazie proprio ai risultati, è stato confermato. L’esempio in questione è quello di Edoardo Reja che a Napoli ha vissuto quattro stagioni trionfali (tre per la verità) ma avendo sempre la critica contro. Per informazioni chiedere al diretto interessato.

Insomma, non si può star tranquilli su una panchina. Ci ripensi in tempo chi, sin da bambino (m compreso) sogna un giorno di poter diventare allenatore. Ora il dilemma è: meglio essere invocati a gran voce ed osannati tutto l’anno salvo poi esser spediti a casa a fine anno, oppure essere criticati tutto l’anno ma poi conservare il posto di lavoro? Beh, una cosa è sicura, i risultati li devi ottenere, al resto ci pensano gli altri. Buona fortuna al prossimo.