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Quando anche nel calcio vincere non è tutto…

Essere orgogliosi della propria squadra quando si vince è facile. Mantenere lo stesso sguardo fiero anche quando si perde è più raro. Ci sono due realtà della Premiership che sono accomunate dallo stesso destino. Nel bene e nel male.

Newcastle e Tottenham sono club storici fondati rispettivamente nel 1881 e nel 1882 ma vivono una drammatica crisi di risultati. In bacheca vantano trofei; ormai però sono inesorabilmente ingialliti dallo scorrere del tempo. Il titolo inglese manca agli Hotspur dal 1961, ancora peggio va al Newcastle che non conquista lo scudetto dall’arcaica stagione 1926/1927. Fin qui non ci sarebbe niente di così speciale. Nobili decadute, squadre incapaci di mantenersi ad alti livelli e magari costrette ad arrancare nelle serie minori si possono trovare pressoché a qualunque latitudine del calcio mondiale.

La differenza in questo caso la fanno i tifosi. Ai tempi d’oro White Hart Lane e St James’ Park facevano registrare il tutto esaurito. Ed ora? Esattamente lo stesso, nulla è cambiato. Gli stadi sono gremiti, il calore del pubblico è sempre identico anche se capita di assistere a sconfitte sonanti e batoste impreviste. Nessun sostenitore di Tottenham o Newcastle smette di incitare la squadra. Magari potrai scorgere il disappunto e la delusione per un gol subito ma lo ritroverai puntuale per la partita successiva sempre con maglia e sciarpa d’ordinanza a ripetere gli stessi cori dal primo all’ultimo minuto. Contestazioni? Proteste violente? No, grazie. Come se la gioia del calcio fosse proprio lì: nel ritrovarsi l’uno accanto all’altro per sostenere gli stessi colori. I campioni passano, le sconfitte si assorbono, i tifosi rimangono. Per inciso, non è che le società non provino a vincere. Nel corso degli anni gli investimenti non sono mancati e grandi campioni hanno infiammato ancora di più i tifosi. Da Klismann a Shearer, da Gary Lineker a Martins, da Gascoigne a Gullit, le stelle sono sfilate a St James’ Park e White Hart Lane con una certa continuità. Ma non sono bastate per contrastare il dominio di Liverpool e Manchester prima, di Chelsea e Arsenal poi.

E anche quest’ anno la musica non è cambiata. Newcastle e Tottenham si barcamenano a metà classifica lontanissime dal gruppetto di testa. Ma ai tifosi importa poco. Dopo tutto, nessuno potrà toglier loro il senso di appartenenza per il proprio club o la gioia di urlare per i propri beniamini. Nel nostro calcio sarebbe un’utopia. Se una squadra non ingrana diventa pressoché fisiologico contestare i giocatori, spingere l’allenatore alle dimissioni o chiedere la testa del presidente. Allora la domanda che ci facciamo è inevitabile: ma se avessero ragione i tifosi inglesi a vivere il calcio in modo diverso?

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