Rate, stipendi che non bastano, attacchi di panico e guerre guardate dallo smartphone. PZ, rapper modenese d’adozione mantovana, ha messo tutto questo in sedici tracce e lo ha chiamato Don’t Worry. Un titolo che è già una contraddizione: non preoccuparti, dice, mentre racconta esattamente il contrario.
L’album è uscito nel 2026 e nasce da un periodo che l’artista stesso descrive come buio, segnato da tensioni personali che si sommavano alla necessità di andare avanti comunque. La scrittura è arrivata in fretta: alcuni pezzi in pochi minuti, altri in mezz’ora, seguendo i beat inviati da Gloomy Note, al secolo Leonardo Visan, con cui PZ ha costruito nell’ultimo anno e mezzo una collaborazione sempre più solida. Da un materiale molto più ampio sono rimaste sedici tracce, registrate nello studio domestico che il rapper aveva allestito cinque anni fa e che ora dovrà smontare per via dell’aumento dell’affitto. Anche questo dettaglio, indirettamente, è finito nel disco.
Un suono trap e drill per testi che vengono da vent’anni di rap
Gloomy Note firma la produzione con un impianto sonoro di matrice trap e drill. PZ ci porta sopra una scrittura che viene da oltre vent’anni di rap. L’incontro tra i due evita però la distinzione tra vecchia scuola e linguaggi contemporanei: l’obiettivo dichiarato è dimostrare che produzioni attuali e testi impegnati non siano affatto incompatibili. L’artista ha curato personalmente registrazione, mix e master, lavorando sulle sedici tracce fino alle ultime settimane prima dell’uscita.
Il disco non mette in musica l’ansia come concetto astratto. Racconta ciò che la pressione produce concretamente in una giornata qualunque. In Fatti miei PZ va al lavoro e si copre i tatuaggi, perché sa che il modo in cui appare può ancora determinare il modo in cui verrà guardato. In Telefonino, con la partecipazione di Gordo, lo smartphone diventa televisore, portafoglio, archivio, passatempo e intermediario di una parte crescente della vita quotidiana: persone che attraversano la strada senza alzare gli occhi dallo schermo, bambini che imparano osservando adulti sempre connessi, truffe che colpiscono dall’anziano al più giovane, una grafia che si disimpara perché si scrive sempre meno a mano. Non è una condanna della tecnologia, ma il ritratto di un’abitudine talmente radicata da non accorgersene quasi più.
Trankilo, Paura, Bipolare: il vocabolario del disco
In Trankilo una vacanza, le immagini dei bombardamenti, i lavoratori nei turni festivi e una quattordicesima consumata in pochi giorni vengono messi uno accanto all’altro. Più il ritornello insiste su quella parola, più perde il suo significato originario e diventa il simbolo di un’assuefazione che abbiamo finito per considerare normale. In Paura il pericolo, reale o presunto, modifica comportamenti e percezioni fino a trasformare la prudenza in uno stato di allerta continuo. In Bipolare gli estremi della quotidianità diventano barre: sentirsi invincibili e, il giorno dopo, schiacciati dalle responsabilità.
Ci sono anche momenti meno cupi. Cortina è una delle tracce più irriverenti, con doppi sensi, immagini sopra le righe e giochi fonetici su cannabis, proibizionismo e riferimenti alle Olimpiadi. Tossico trasforma il pregiudizio in una gag ricorrente: PZ racconta di essere stato fermato e giudicato per il proprio aspetto fin da ragazzo, usando la frase faccia da tossico come ritornello sarcastico. Il tono cambia, ma il racconto non si interrompe.
Tra i featuring, Matt in Non sono bravo e Manny Rivera in Non cambia, traccia su rate, scadenze e necessità economiche in cui Rivera porta il proprio sguardo sul riscatto e sulla distanza tra ciò che una persona possiede e ciò che realmente vale.
La trilogia di videoclip: Paura, Solo contro il mondo, Don’t Worry
Lo stesso stato di allerta che attraversa il disco trova una prosecuzione visiva in una trilogia di videoclip ufficiali collegati tra loro. Il primo capitolo, Paura, mostra PZ legato a un palo all’interno di una sorta di laboratorio, circondato da figure in camice, con la pole dancer Marta Bressanin: attrazione, controllo e costrizione si sovrappongono nello stesso spazio. Nel secondo, Solo contro il mondo, girato alla Italian Defence Academy di Mantova con la partecipazione del fighter Luca Tarabori, la narrazione prosegue attraverso un immaginario legato al combattimento fisico e mentale. Il terzo video, Don’t Worry, chiude il percorso tra uno studio di tatuaggi e un parcheggio in cui alcune figure vestite da medici tornano a cercare PZ. Personaggi e situazioni ricompaiono da un video all’altro, creando una continuità che lega paura, isolamento, controllo e tentativo di restare padroni della propria vita.
Voglio urlare: il finale che sceglie il silenzio
Se la trilogia chiude il racconto visivo, è Voglio urlare a chiudere quello musicale. Il brano comincia dalla stanchezza di chi sente di aver fatto molto e continua a domandarsi quanto sia servito. Il titolo prometterebbe un’esplosione. La canzone prende una direzione diversa: dopo aver ripetuto il desiderio di urlare, PZ sceglie il silenzio davanti a chi alza la voce senza avere nulla da dire.
Don’t Worry non arriva a una serenità conquistata e non pretende di spiegare come raggiungerla. Racconta che cosa significa cercarla mentre intorno continuano ad accumularsi lavoro, paura, aspettative, soldi da far bastare e un mondo che entra ogni giorno dentro uno schermo. Alla fine, quel Don’t worry non significa che non ci sia nulla di cui preoccuparsi. Significa continuare comunque.