“Spotify l’ha data per morta già qualche anno fa. Eppure siamo ancora qui”. Lorenzo Suraci, patron di Rtl 102.5, guarda con ottimismo al futuro della radio, pur riconoscendo le sfide poste dalle nuove piattaforme. In un’intervista al Corriere della Sera, edizione di Bergamo, l’imprenditore calabrese, che nel 2027 festeggerà quarant’anni alla guida dell’emittente, ripercorre la storia della radio più ascoltata d’Italia, dagli esordi come impresario teatrale alla conquista di oltre sei milioni di ascoltatori al giorno.
“La nostra concorrenza oggi è il mondo digitale, che si colloca sul mercato con la prepotenza e la forza della novità, ma resto ottimista”, spiega Suraci. “Oggi siamo di fronte all’esplosione delle piattaforme multimediali, sono cambiate le nostre abitudini, ci sono i social”. Una trasformazione che impone anche una diversa gestione delle risorse: “In ogni azienda bisogna fare sempre meglio, pensare a investimenti più oculati”.
Suraci ricorda anche l’intuizione che segnò la svolta per Rtl 102.5, acquistata nel 1987, quando l’etere era ancora un “Far West” di frequenze sovrapposte. “Ho intuito che la soluzione era ottenere un’unica frequenza su tutto il territorio nazionale. Ho battuto l’Italia in lungo e in largo per acquisire le frequenze ed è stata la mossa giusta, l’elemento scatenante del nostro successo”. Poi la sperimentazione della radiovisione e la scelta di investire sull’informazione, superando il modello delle prime emittenti private, che erano “più che altro dei juke box”. Tra i primati rivendicati, le dirette notturne e le 24 edizioni quotidiane del giornale orario.
Sul fronte dei talenti, il patron ricorda i grandi nomi che hanno lavorato e lavorano nell’emittente: “È stato con noi Vespa, ora abbiamo Giacalone, Giletti e Severgnini”. E confessa un desiderio rimasto irrealizzato: “Ho sempre stimato dj Albertino, mi sarebbe piaciuto ingaggiarlo ma non avevo le possibilità economiche”. Rivendica inoltre il lavoro sui giovani attraverso Radio Zeta e il carattere familiare dell’azienda, nella quale lavorano anche i figli.
Ma la soddisfazione più grande, racconta, non riguarda gli ascolti: “Pagare a fine mese tutti i 250 stipendi”. E a 74 anni Suraci non pensa alla pensione. “Sono molto presente”, dice, raccontando di ascoltare continuamente la radio anche durante i trasferimenti tra Bergamo e Cologno Monzese, pronto a telefonare quando qualcosa non funziona. Fermarsi? “Mai. Mi fermerò quando me ne andrò al Creatore, solo allora sarà finita”.