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L’importanza di chiamarsi Zidane. Un peso?

[oblo_image id=”1″] A 12 anni non puoi reggere le aspettative di una nazione. Figuriamoci di due. Ma se di nome fai Enzo, di cognome Zidane e hai come passione il pallone, devi abituarti prestissimo alla luce dei riflettori. E se sei bravo – molto bravo – rischi di essere protagonista del più scomodo dei paragoni. Siti internet, filmati, servizi sui giornali: l’attenzione mediatica ha già superato il limite. E come se non bastasse ora ci sono anche due federazioni a contendersi il nuovo bimbo d’oro del calcio mondiale. Immaginare uno Zidane con una maglia diversa da quella della Francia sembra assurdo, ma è altrettanto vero che il ragazzino è cresciuto in Spagna e si sta formando calcisticamente nelle giovanili del Real Madrid. Transalpini ed iberici hanno iniziato la schermaglia verbale per accaparrarsi le prestazioni dell’enfant prodige: tuttavia, la priorità è un’altra. Per discutere del talento di Enzo, ci sarà tempo. Fondamentale invece tutelare la serenità di un dodicenne. Magari non scomodando le grandi dinastie che hanno attraversato con successo i campi di gioco; assai più educativo rispolverare gli esempi più infelici. Negli anni ’90 giocò con il Barcellona e con la nazionale olandese un’ala sinistra che riportava sulla maglia il nome Jordi. Preferiva non presentarsi in campo con il cognome. Capita se tuo padre si chiama Cruyff e tutti ti guardano storcendo il naso perchè per quanto su sia bravo, non sei un fenomeno, Prima di chiedergli se voglia giocare con Francia o Spagna, accontentiamoci di vederlo sorridere entrando in campo. Per diventare il numero uno c’è tempo, godersi senza pensieri i propri dodici anni è invece un imperativo che non ammette dilazioni.

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