La battaglia di privati cittadini contro la legge elettorale Stabilicum accelera su due fronti giudiziari decisivi mentre dopo mesi di ferro e fuoco in Aula tacciono i parlamentari dell’opposizione, che in quanto ‘poteri dello Stato’ potrebbero chiedere direttamente alla Corte costituzionale in via cautelare la sospensione della legge o di suoi particolari profili, salvaguardando il diritto dei cittadini ad ottenere un accertamento di non incostituzionalità prima che venga applicata.
Analizziamo nel dettaglio lo ‘stato dell’arte’. Prosegue l’iter dei ricorsi contro lo Stabilicum, promossi dalla Rete per un voto libero e uguale coordinata da Roberto Zaccaria. Depositati tra il 25 e il 26 ottobre in 26 tribunali aditi di tutta Italia, stanno entrando nel vivo con la fissazione delle prime udienze. Dieci finora le calendarizzazioni: la prima a Trento, il prossimo 16 dicembre; seguono sempre a dicembre Torino, il 18 e il 22 Firenze e Trieste. Dopo Natale, l’11 gennaio udienza a Bari, quindi il 12 a Lecce, il 13 ad Ancona, il 26 a Caltanissetta, il 28 gennaio a Brescia, il 16 febbraio a Catanzaro. I tempi si prospettano incerti: dopo che i tribunali di merito avranno sollevato questioni di legittimità costituzionale in Consulta (sempre che le sollevino), la palla passerà ai giudici costituzionali e ci saranno altri tempi tecnici e procedurali prima di arrivare a una decisione definitiva, presumibilmente non prima di febbraio.
Nel frattempo, in una quarantina di giorni (ma non ci sono certezze), dovrebbe essere emessa dagli ermellini l’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale, o la sentenza di rigetto, in merito al ricorso del 23 dicembre 2024 fatto dall’avvocato Enzo Palumbo contro il Rosatellum bis. Il ricorso è stato discusso lo scorso 29 ottobre in Corte di cassazione, che si è appunto riservata di decidere. La pronuncia potrebbe investire anche lo Stabilicum dal momento che, in occasione dell’udienza, Palumbo ha chiesto di estendere alla nuova legge elettorale le questioni di legittimità costituzionale sollevate contro la precedente normativa.
Al vaglio della Cassazione la modalità in cui è avvenuta l’approvazione delle due leggi, il cui iter è stato blindato con la questione di fiducia, nonostante la Costituzione preveda una riserva di discussione in Assemblea seguendo il normale iter legislativo; la violazione della norma costituzionale, articolo 57, che prevede che il Senato debba essere eletto su base regionale; il voto congiunto, che determina l’effetto trascinamento tra candidati, liste coalizioni e territori diversi, anche per il tramite delle multi candidature, contaminando il voto personale dell’elettore; l’irragionevolezza delle diverse modalità previste per la raccolta delle firme e l’abnormità del numero di firme da raccogliere per la presentazione delle liste per chi non ha regime privilegiato; ed infine il pregiudizio alla libera partecipazione alla vita democratica del paese.
Sul fronte dei parlamentari d’opposizione, dopo il ferro e fuoco contro lo Stabilicum, invece tutto tace. Come a dire aulicamente: tanto rumore per nulla. Il silenzio parlamentare assorda soprattutto se confrontato alla grande mobilitazione dei cittadini, che sono ricorsi a vie alternative per impugnare la legge non potendo rivolgersi direttamente alla Consulta. Infatti ancora nessun ricorso di singoli deputati e/o senatori contro lo Stabilicum è stato depositato in Corte costituzionale, che a sua volta ha i suoi tempi. Eppure i parlamentari, che per mesi hanno condotto un’offensiva a tutto campo contro la riforma elettorale del Governo Meloni, potrebbero intervenire tempestivamente grazie a una modifica risalente allo scorso 12 marzo delle ‘Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale’. Infatti il combinato disposto fra le Norme integrative e l’ordinanza 17 del 2019 della Corte costituzionale consentirebbe loro di chiedere individualmente in via cautelare la sospensione di un atto che hanno sostenuto essere lesivo delle proprie attribuzioni costituzionali e di concretizzare fuori dall’Aula il loro dissenso verso la legge.
Deputati e senatori di Pd, M5s, Avs, Iv, +Eu sembrano aver preferito affidarsi all’azione di ‘volenterosi’ e comitati di privati cittadini, che finanziano i ricorsi di tasca propria, giuristi e costituzionalisti che offrono la propria opera gratuitamente e che potrebbero essere condannati anche al rimborso di spese di decine di migliaia di euro per aver dato voce al loro dissenso, come già accaduto in passato ad esempio a Felice Besostri, l’artefice dei ricorsi storici che hanno portato la Corte Costituzionale ad abbattere il Porcellum nel 2014 e l’Italicum nel 2017, che nel 2020 in un ricorso contro la legge elettorale per le Europee fu condannato alle spese per lite temeraria per 10mila euro nonostante nelle storiche battaglie sulle leggi elettorali viga e sia applicato il principio di compensazione delle spese di giudizio.
Chiudiamo lo scenario con la rassicurazione del presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso. “Se si considera la scadenza ordinaria delle camere penso che senz’altro la Corte faccia in tempo a pronunciarsi prima delle elezioni”, ha garantito. Ma fare in tempo a ridosso del voto non significa che il legislatore abbia rispettato il principio secondo cui, a garanzia della certezza democratica, la riforma elettorale dovrebbe essere approvata almeno un anno prima dello svolgimento delle elezioni come ha stabilito la Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa.