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La Domitiana: l’ipnotica assuefazione alla realtà

[oblo_image id=”1″]Prodotto da Gaetano Ippolito e diretto da Romano Montesarchio, ha appena cominciato il suo percorso di distribuzione, tra manifestazioni e Festival, il documentario La Domitiana. Dove non c’è strada non c’è civiltà. Si spera di vederlo presto anche in tv, su Rai Tre, e sarà per tutti gli spettatori un piccolo dono di cinema fortemente pensato, voluto e sentito.

Il film ci racconta del degrado e della difficile vivibilità che si è prodotta, negli ultimi anni, lungo una storica strada, la Domitiana, la cui costruzione risale ai tempi dei Romani.
La struttura della pellicola alterna momenti di vera e propria inchiesta a espressioni sonoro-visive, prive di interventi verbali, di grande impatto percettivo e narrativo.
Le immagini che ritraggono il paesaggio si avvicendano formando un mosaico diacronico, che giustappone, come fossero scatti da una scena del crimine, decadimento sociale, architettonico e ambientale. Tra questi emergono, tuttavia, scorci naturalistici, creando una prospettiva di contrasto netto, che esaspera il divario tra le potenzialità del territorio e le vere condizioni in cui versa. Il rapporto con il paesaggio sembra quindi delinearsi, pur nella sua palese deturpazione, lungo un’affezione per la propria terra, che produce quella sensibilità percettiva di cogliere “ancora” una bellezza soggiacente. Ne sono un esempio quei passaggi visivi (firmati da Carlo Sgambato) che, dall’alba al tramonto, ritraggono angoli di natura sopravvissuta, e che, affiancati ai rifiuti e alla dilagante fatiscenza, catturano lo spettatore verso uno stato di perversa attrazione.

[oblo_image id=”4″]Il ritmo incalzante del montaggio, nelle sequenze prive di interventi verbali, segnala, poi, la curiosità di uno sguardo, consapevole, che vuole ripercorrere la vita che si addensa lungo la storica strada. Le immagini sembrano precise, nette, scelte con la cura del reporter attento, e scorrono veloci senza troppo indugiare. Si tratta di una velocità inquieta e avida di particolari, che serra gli stacchi in unità ottiche minime, per farne un flusso audiovisivo denso, da ingerire tutto d’un fiato. Le inquadrature del degrado si fondono, inoltre, con la colonna sonora per restituire un’esperienza percettiva che slitta da un’iniziale repulsione (per il degrado) a un’ipnotica sospensione, quasi a rappresentare quel pernicioso stato di assuefazione che, presto o tardi, finisce per insinuarsi tra gli abitanti locali.

La musica di Massimiliano Gaudio culla le immagini in dilatazioni elettrificate, che producono un effetto di allucinazione, capace di far penetrare lentamente quello scempio, ormai consumato, nella coscienza dello spettatore.
L’urlo echeggiante e il suono intenso dei cocci infranti la sottolineano quanto l’opera ha anche un carattere viscerale, che, se da un lato segue la via realistica della documentazione, nella ricerca di una prospettiva il più possibile obiettiva, dall’altra esprime un preciso punto di vista anzi un vero e proprio punto di “emozione”. [oblo_image id=”3″]L’esplosione non può essere quindi più personale, dato che è il regista stesso a condurre l’indagine tra i prefabbricati di cemento abbandonati. Nulla ce la fa presagire, è improvvisa, come se il risentimento fosse stato accumulato silenziosamente e non potesse più essere trattenuto; come se quelle scene contaminate dalla stoltezza e depravazione umana cercassero un suono “acuto” per spezzare il silenzio delle false promesse e dell’omertà. E quest’urlo, estremo acustico, sopraggiunge quasi in concomitanza di un estremo visivo, il campo lunghissimo che si apre nella parte più alta dell’edificio fatiscente. È il momento in cui il paesaggio si apre in tutta la sua dimensione, racchiudendone ogni inaccettabile contraddizione.

A livello socio-antropologico la visione di La Domitiana è la messa in scena di una cesura violenta, usata nei confronti di chi in quei luoghi ci vive. L’interruzione del contatto tra individuo e ambiente si configura come la perdita di riferimenti culturali e quindi vitali, creando aree sempre più anguste in cui rimanere confinati, e …abbandonati. E questo emerge chiaramente dalle immagini che ritraggono desolazione e decadimento (strutture edilizie dismesse, case che sembrano disabitate), da un lato, e dall’altro, presenze umane che appaiono sempre più disorientate e sbandate, molte delle quali in fuga o in cerca di riparo (dalla camera come dal mondo stesso!).
[oblo_image id=”7″]Interessante, inoltre, la metafora della “risarcitura”, ovvero la possibilità di rattoppare un vestito difettato così che sembri intatto, come nuovo. Il riferimento è ovviamente a quel tentativo perpetrato dalla criminalità organizzata di nascondere le proprie attività. Si pensi al solo abusivismo edilizio, descritto, nel film, da immagini eloquenti nonché da quelle di repertorio, che ricordano il tentativo delle autorità (Governo, Regione e Comuni) di siglare un accordo, nel 2003, per riqualificare la zona. Dopo quattro anni tutto è rimasto come prima, quindi la “risarcitura” non ha funzionato affatto.

Nel finale, il messaggio di Montesarchio si fa meta-cinematografico, indicando quella necessità di ricondurre il cinema alla sua esigenza di raccontare la società, l’umanità e il suo territorio. La scena in cui la serata di gala, con attori cinematografici di livello nazionale, si alterna, alle immagini notturne della Domitiana, sottolinea, infatti, il divario tra l’esaltazione dello spettacolo e le scene reali. Il resto lo fa la colonna sonora, che innesca un effetto palesemente ironico, associando una musica pomposa e festosa alle immagini crude delle tensioni innescate in strada. È una palese condanna del cinema come solo evento di finzione, incapace di guardare a quelle scene di vita sommerse, tanto vicine geograficamente quanto ignote culturalmente.

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