La calda estate dei “prigionieri del contratto”

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[oblo_image id=”3″]Il contratto di lavoro è oggi una merce molto rara. Con la disoccupazione (o l’inoccupazione, si inventano nuovi termini ma il risultato non cambia) e la precarietà che c’è, tantissimi giovani e meno giovani chissà cosa darebbero per vedere uno straccio di contratto (lavorativo sempre, s’intende). Spesso si lavoricchia qua e là ma di assunzioni regolare nemmeno a parlarne (fenomeno del lavoro nero). Il famoso “posto fisso” non c’è più ormai da un po’, o meglio c’è ancora ma riguarda una generazione, come dire, ad esaurimento. Un’epoca è ormai finita, ora un contratto bisogna conquistarselo e non solo. Bisogna pure saperlo tenere ben stretto o comunque essere capaci di conquistarne molti più d’uno nell’arco di una vita (vedi i contratti a progetto, licenziamenti, turn over, rinnovi, ecc).

I calciatori però, sembrano non vivere in questo mondo e, dopo aver firmato contratti pluriennali, all’improvviso decidono di cambiare aria così, di punto in bianco. Beato chi può farlo! C’è chi addossa colpe alla moglie, chi cerca scuse in luoghi comuni come la chiusura di un ciclo, ma nessuno che ammetta mai che i soldi spesso (quasi sempre) dall’altra parte son di più e che la carriera di un giocatore non è poi così lunga se rapportata alla vita dell’individuo, per cui tanto vale cambiare aria (e stipendio) appena si ha l’occasione. La regola dice: più trasferimenti, più aumenti di contratto. Ecco spiegato il fenomeno dei giramondo del pallone. Fino a qualche tempo fa eravamo rimasti solo a questo. Ma quest’estate si è superato veramente il limite.

[oblo_image id=”1″]Quando il Manchester United ha annunciato che non avrebbe ceduto quel talento di Cristiano Ronaldo, tanto ingolosito dalle casse del Real Madrid, il fenomeno portoghese ha dichiarato essere stato trattato nientedimeno che come uno “schiavo”. Apriti cielo. E per forza. Se la schiavitù consiste nell’essere prigioniero di un contratto milionario che può consentirgli anche di non giocare mai ma di guadagnare lo stesso (una punizione potrebbe essere la panchina, la tribuna fissa o la mancata convocazione sistematica da parte del Manchester) che ben venga. Non fare nulla e guadagnare, il massimo no? Dovrebbe sapere cosa significa veramente essere schiavi il signor Cristiano Ronaldo prima di fare affermazioni completamente fuori luogo.

Ma l’asso del Manchester è stato l’unico ad essersi spinto fino a questo punto. Gli altri hanno solo manifestato qualche segno d’impazienza o hanno lanciato segnali e messaggi più o meno velati alla loro attuali società di appartenenza. Chi con una richiestina d’aumento (Mutu) peraltro poi smentita, chi con il continuo rinvio del rinnovo del contratto in scadenza fra solo un anno (Lampard), hanno forzato e stanno forzando sicuramente la mano verso il proprio club ma senza spingersi oltre. Piccoli giochetti che fanno parte del calciomercato, non bellissimi ma sicuramente meno forti e per niente spropositati rispetto al gesto del talento di Madeira.

[oblo_image id=”2″]Per la verità c’è anche qualche sincero, ma per trovarlo bisogna andare in Russia. A San Pietroburgo, nella squadra locale, lo Zenith, fresco vincitore della Coppa Uefa, gioca il miglior talento del calcio russo, peraltro ammirato anche all’Europeo perso soltanto in finale dalla sorprendente corazzata di Hiddink. Stiamo parlando di Arshavin, il quale ha detto a chiare lettere che, a 27 anni, preferirebbe provare a giocare in un campionato più importante di quello russo. E dire che al suo paese si guadagna bene se si considerano tutti i petrodollari da qualche anno sfociati anche nei campionati di un po’ tutte le repubbliche ex Urss. Arshavin è unico perché è il solo “prigioniero del contratto” di quest’estate che abbia parlato in termini chiari, senza giri di parole, e che sarebbe disposto (al contrario dei suoi compagni di banda) a ridursi l’ingaggio pur di provare un’esperienza professionale diversa e di più alto livello

Insomma, uno onesto e di sani principi c’è pure, ma bisogna andarlo a pescare nientemeno che in Russia. Dalle nostre parti nemmeno l’ombra di un personaggio cosi. Beh, facciamo ammenda e impariamo. Nel frattempo, auguri vivissimi ad Arshavin.