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Festa del Cinema di Roma, Marco Bonini: “Racconto l’incapacità maschile di esprimere i sentimenti”

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‘Se ami qualcuno dillo’ – in anteprima oggi ad Alice nella Città, la kermesse autonoma e pararella alla Festa del Cinema di Roma – non è soltanto una storia d’amore o una commedia familiare. È, nelle intenzioni del regista e attore Marco Bonini, “un grido di battaglia” contro l’incapacità maschile di esprimere i sentimenti, un racconto che affonda le sue radici in una vicenda personale e che ha richiesto quasi vent’anni per arrivare sul grande schermo. Presentando il film – dal 16 ottobre nelle sale con Vision Distribution e tratto dall’omonimo romanzo di Bonini (edito da Longanesi) – il regista ha raccontato come l’idea sia nata da un’esperienza autobiografica legata al padre, che gli ha offerto quello che definisce un “dispositivo narrativo potentissimo”: la storia di un uomo che riesce finalmente a liberarsi da quei modelli culturali che per generazioni hanno imposto agli uomini di reprimere emozioni e fragilità. Una trasformazione osservata da vicino e diventata la metafora centrale del film. Per il regista, gli uomini che si liberano dalla “prigione emotiva” non perdono potere, ma guadagnano vita.

Da qui nasce il personaggio interpretato da Edoardo Leo, unica scelta possibile secondo il regista. Non solo per le qualità attoriali, ma perché aveva assistito direttamente alla vicenda reale che ha ispirato il racconto. Lo stesso attore ha confessato di aver rifiutato a lungo il ruolo, spaventato dalla responsabilità di interpretare una persona realmente conosciuta: “Io quest’uomo l’ho conosciuto prima e dopo il cambiamento. Per questo interpretarlo è stata una sfida complessa e una grande responsabilità. Dovevo dare vita a una persona che avevo visto e frequentato davvero, e per molto tempo non me la sono sentita di assumermi questo peso”. Leo continuava a dire a Bonini: “Sono felice di aiutarti a produrre il film, ma troviamo un altro attore”. E lui ogni volta rispondeva: “‘Sì, però alla fine lo farai tu’. Alla fine aveva ragione e ho ceduto, felicemente”. Leo parla di “un personaggio difficile da cogliere leggendo soltanto la sceneggiatura. È complesso comprendere fino in fondo quanto potenziale di commedia ci sia in questa storia e quanto sia sottile l’equilibrio tra poesia, follia ed emozione”.

Il film segue Sergio (Edoardo Leo) che, colto in flagrante durante un tradimento, ha un malore e finisce in coma. In sala d’attesa si ritrovano tre persone che avrebbero ottimi motivi per non volerlo più vedere: la sua compagna Gabriella (Claudia Gerini), l’ex moglie Alba (Giovanna Mezzogiorno) e il figlio Giulio (Biagio Venditti). Quando Sergio si risveglia è come un bambino nel corpo di un adulto: deve reimparare tutto da capo. E da uomo prepotente e anaffettivo si trasforma in un buffo eroe tragicomico che continua a ripetere di essere rinato, di essere finalmente in grado di amare. E’ proprio questa seconda improbabile infanzia finisce per insegnargli qualcosa che prima gli era sempre sfuggito: come voler bene alla sua complicata famiglia allargata. “Gabriella è un’eroina romantica. È colorata, vitale, piena di energia. Per lei – spiega Gerini – la cosa più importante è avere questo amore, conservarlo e nutrirlo. Vive nel presente: il domani non la preoccupa, anche quando soffre pensa che in qualche modo si troverà una soluzione. Arriva perfino a mettere da parte se stessa pur di continuare a credere nella coppia e nella relazione che ha costruito”.

Più tormentato il percorso di Alba, interpretata da Giovanna Mezzogiorno. È una donna ferita da un amore finito, che porta dentro di sé quello che nel film viene definito una “stanza del dolore”: un luogo interiore in cui restano custodite le delusioni e le ferite del passato. Il rapporto con Gabriella, inizialmente segnato dalla rivalità, evolve gradualmente fino a trasformarsi in una forma di comprensione reciproca e solidarietà femminile. “I nostri personaggi rappresentano quasi due archetipi femminili: una donna più luminosa e colorata, l’altra più scura e tormentata. Eppure finiscono per riconoscersi e comprendersi”, racconta Gerini.

Al centro del film c’è c’è anche il racconto di una nuova generazione: “Quella dei ragazzi di oggi, come mio figlio, che possiedono già un’intelligenza emotiva molto sviluppata e che spesso si trovano a vivere in un contesto che non è ancora in grado di rispondere a questa sensibilità”, afferma Bonini. In questo senso assume particolare importanza il personaggio del figlio, chiamato a prendersi cura del padre in un delicato ribaltamento dei ruoli. Un percorso che porta il giovane protagonista a riscoprire una forma diversa di mascolinità, fondata sulla dolcezza, sull’ascolto e sulla capacità di mostrare vulnerabilità.

Anche Biagio Forestieri, che nel film interpreta l'”uomo nuovo”, ha sottolineato come il suo personaggio rappresenti una figura maschile diversa da quelle tradizionali: un uomo che non teme i sentimenti, che sa ascoltare e comprendere le fragilità altrui e che sceglie consapevolmente di stare accanto a una donna senza avvertire il bisogno di primeggiare. “Lui è cresciuto dentro un modello di mascolinità che gli ha insegnato a reprimere emozioni e vulnerabilità, a non accettarle fino in fondo. Eppure vive una sorta di contraddizione. Da una parte potrebbe rimproverare il padre, dall’altra se lo ritrova davanti fragile, quasi come un bambino, e allora sceglie un’altra strada”. Alla fine, più che un film sul passato, ‘Se ami qualcuno dillo’ sembra parlare al presente. Di uomini che imparano a chiedere aiuto, di donne che trovano il modo di comprendersi oltre le ferite e di famiglie che, pur cambiando forma, continuano a restare unite dall’affetto. E se il regista rifiuta l’idea che il cinema debba necessariamente impartire lezioni, su una cosa non ha dubbi: il titolo stesso del film è già un messaggio. Anzi, come lo definisce lui, un vero e proprio “grido di battaglia”.

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