Danilo Gallinari: professione fenomeno

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Il giornalismo sportivo è per sua natura enfatico. Non lesina certo soprannomi ed appellativi, non teme di esagerare o di essere smentito. Se emerge una giovane promessa non si preoccupa di affibbiargli l’etichetta di fenomeno annunciato. Poco importa se a breve distanza, il talento non mantiene le promesse e bisogna rimangiarsi i pronostici di futuro radioso. Così è difficile fare un conto di quanti calciatori in erba sono stati indicati in Argentina come eredi di Maradona o di quanti sciatori svedesi hanno dovuto vivere il terribile raffronto con Ingemar Stenmark. Nel basket quando un giocatore europeo si mette in mostra si comincia a fantasticare su un possibile sviluppo di carriera oltre oceano, molto spesso ancora prima che un osservatore della NBA si sia preso la briga di controllare di persona le potenzialità dell’enfant prodige di turno.

[oblo_image id=”1″]Con Danilo Gallinari però siamo sicuri di non sbagliare. Perché chiunque abbia la fortuna di vederlo giocare si accorge subito che si tratta di qualcosa di speciale. Diciannove anni, figlio d’arte, 205 cm d’altezza e una leggerezza in campo che appartiene solo ai grandi della pallacanestro. La difficoltà maggiore consiste nell’attribuirgli un ruolo. State tranquilli, nessuna indisciplina tattica o bizza da campione viziato. Semplicemente sa fare tutto e sempre al momento giusto. Con quel fisico dovrebbe essere un’ala. Ma se la squadra è in difficoltà e la partita vive il momento cruciale allora si trasforma in play prendendosi la responsabilità del tiro decisivo. La squadra ha problemi ai rimbalzi? Niente paura, all’occorrenza Gallinari interpreta il ruolo di numero 5 e fa sentire il suo peso sotto canestro. Completano il repertorio percentuali al tiro straordinarie sia da 2 che da 3, stoppate, freddezza glaciale nei tiri liberi e palle recuperate.

Quello che però ti stupisce maggiormente va al di là delle statitistiche ed è l’atteggiamento in campo. Maturità e doti da leader naturale. Nessuna forzatura in attacco, mai un tentativo di abusare del proprio bagaglio tecnico. Eppure la squadra si affida ciecamente a lui dimenticandosi dei suoi 19 anni. Un condottiero silenzioso che preferisce le parole ai fatti, i canestri alle smanie da star. Una sola fissazione e per di più per un numero.

Nato l’8/8/88, ha scelto la maglia numero 8. Come se quella cifra palindroma fosse un segno del destino: da assecondare come forma di ringraziamento per il talento generosamente offerto. Per ora è il pilastro dell’Armani Jeans Milano, rinata dopo il suo rientro dall’infortunio. Sicuramente presto si riapproprierà anche della maglia della Nazionale. Un problema fisico lo ha escluso dagli Europei di Madrid. E vedendo come è andata a finire, Recalcati probabilmente si sta ancora mangiando le mani per aver dovuto rinunciare ad uno come lui.

C’è poi un biglietto aereo di sola andata per gli Stati Uniti. Perché uno così in Europa può giocare qualche campionato, ma alla fine deve confrontarsi con i giganti della NBA. Su questo siamo pronti a scommettere: altro che abbagli tipici del giornalismo sportivo!