“Dopo cinquant’anni di dati e di osservazioni possiamo dire che per la nostra penisola, per il Mediterraneo, per l’Europa occidentale, il cambiamento del clima” è stato “di peggioramento. Il cambiamento dei regimi pluviometrici, per cui abbiamo siccità o piogge intense, con i danni conseguenti, sta portando a dei cambiamenti sull’approccio che dobbiamo avere sulla risorsa idrica e sulla difesa del rischio idrogeologico”. Lo dice Marco Casini, segretario generale Aubac, partecipando oggi all’Adnkronos Q&A dal titolo ‘Sostenibilità, le nuove parole chiave’, a Roma.
“Il primo cambiamento – spiega Casini – è di tipo culturale. Stiamo capendo che l’acqua non è un fatto scontato. Si tratta di fare quello che per anni non abbiamo fatto, come il bilancio idrico. Mi riferisco alla manutenzione, alle perdite. Oggi siamo arrivati al 42,4% a livello nazionale, negli anni ’90 le perdite erano 27%. Riparare le reti non è un intervento di adattamento, è un intervento che andava fatto fin dall’inizio, che però oggi il clima rende assolutamente indispensabile”. Un’altra attività riguarda la diversificazione delle fonti. “L’85% dell’acqua che utilizziamo – osserva Casini – è prelevata dal sottosuolo, quindi sono riserve sotterranee. Oggi, con le falde sotto pressione, dobbiamo iniziare a pensare in modo concreto al riuso, alla desalinizzazione, quindi a diversificare le nostre fonti. Questo è un esempio di adattamento. Dato piove a sprazzi o molto intensamente, devo aumentare gli invasi per raccogliere l’acqua”. A livello agricolo, il tema non riguarda solo “l’efficienza dell’irrigazione, ma anche delle colture che mi posso permettere in un luogo”.
Sul rischio idrogeologico Casini invita a “ripensare anche il modello dei centri urbani, con le cosiddette città spugna, quindi aumentando la permeabilità dei suoli, trattenere l’acqua per evitare il fenomeno dell’allagamento. Il tema è governare la risorsa idrica per evitare che diventi un’emergenza, sia per la troppa poca acqua, sia per l’acqua che cade tutta insieme. In questo – osserva – le autorità di bacino possono aiutare a superare i limiti amministrativi. L’acqua non conosce confini, un fiume attraversa più regioni, più province, più comuni. L’autorità centrale, coordina 7 regioni, 900 comuni, 22 province, quindi un’area estesa. Stiamo facendo moltissimo”. La gestione del rischio parte “innanzitutto dalla conoscenza – chiarisce – e quindi poi dalla prevenzione. Conoscenza significa individuare quelle che sono oggi le aree di pericolo per i territori, perché le mappe che avevamo, che abbiamo, non corrispondono alla realtà per varie ragioni. Stiamo rimappando tutto il territorio, ma con gli strumenti digitali di oggi, quindi attraverso modelli idraulici sofisticati, per individuare e simulare le aree di pericolo. La sfida più importante – conclude – è avere degli strumenti di governo del rischio. Questo favorisce anche le possibilità di finanziamento e di realizzazione di interventi”, più efficaci.