Alla Festa del Cinema di Roma arriva ‘Rocky sono io’ (‘I Play Rocky’), il film che racconta la nascita del mito di Sylvester Stallone. Diretto dal premio Oscar Peter Farrelly e interpretato da Anthony Ippolito, il film arriverà nelle sale il 31 dicembre e ripercorre l’incredibile storia vera dell’attore prima del successo mondiale di ‘Rocky’. Quando era ancora uno sconosciuto, Stallone aveva una certezza assoluta: non avrebbe soltanto scritto la storia del pugile di Philadelphia, ma avrebbe dovuto interpretarlo lui stesso. Davanti ai continui rifiuti dell’industria, decise di rischiare tutto, difendendo con ostinazione la sua visione e combattendo contro un sistema che sembrava volerlo escludere. Prima ancora di salire sul ring nei panni di Rocky Balboa, Stallone ha dovuto affrontare una battaglia personale per trasformare un sogno apparentemente impossibile in realtà. “Stallone è uno dei miei eroi”, racconta Ippolito, che questa sera riceve il premio alla Carriera. “È stato entusiasta del film e molto generoso con me”. Un mese prima dell’inizio delle riprese, ricorda, “ci siamo incontrati e abbiamo parlato a lungo. Mi ha raccontato del suo rapporto con i produttori, dei momenti più difficili della sua vita e di come sia riuscito a superarli”. Per l’attore, il legame tra Stallone e Rocky va ben oltre la finzione cinematografica: “Rocky non combatte soltanto contro Apollo Creed, ma contro l’idea dei propri limiti e contro quella voce interiore che ti fa sentire inadeguato. La determinazione con cui Stallone ha difeso le proprie idee per ottenere il ruolo è la stessa che ritroviamo nel personaggio sul ring”.
Il film mostra inoltre il backstage di alcune scene iconiche del film del 1976: quella con Rocky che corre per le strade di Philadelphia e sale i gradini del Museum of Art sulle note di ‘Gonna Fly Now’ di Bill Conti. Non è ancora un campione, non ha vinto nulla, ma in quel momento conquista il diritto di provarci. È la scena che ha insegnato al mondo che il riscatto può essere un gesto quotidiano. La verità è che lui non è mai stato soltanto un attore: è un modo di essere, sempre in azione. Correre, resistere, rialzarsi, combattere. Da mezzo secolo il cinema di Stallone non celebra gli eroi, ma la fatica di diventarlo. E le sue scene più celebri non sono semplici immagini, ma un’eredità che continua a guidare generazioni intere. La sua carriera è un atlante di muscoli, ferite, risalite e icone che hanno attraversato cinque decenni di cinema pop, trasformando Rocky in un archetipo universale. Perché non racconta solo una storia, ma un modo di stare al mondo: Rocky è l’uomo comune che diventa eroe e incarna la fatica, la disciplina, la possibilità del riscatto. E funzionano come figura universale perché riduce l’eroismo alla sua essenza: da una parte la costruzione, dall’altra la frattura. E in questo doppio movimento – rialzarsi e resistere, combattere e sopravvivere – il pubblico riconosce qualcosa che va oltre il cinema: un modello emotivo, quasi primordiale, che continua a parlare a tutti.
Farrelly, infine, rifugge qualsiasi lettura morale di ‘Rocky sono io’: “Non faccio mai film con l’intenzione di mandare un messaggio” ma “se dovessi individuarne uno direi che non tutto ruota attorno al denaro”. Oggi, riflette il regista, “moltissimi inseguono il successo economico e bramano di diventare miliardari”. Mentre a chi dice che il film sia un’imitazione di Stallone, dice: “Nel corso degli anni in molti hanno provato a copiarne atteggiamenti e voce, ma il nostro obiettivo era diverso. Volevamo restituire l’uomo dietro il mito, catturarne lo spirito e l’umanità, permettendo al pubblico di riconoscere sullo schermo l’essenza autentica di Sylvester Stallone“, conclude.