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Alla Festa di Roma ‘Je so’ pazzo’ racconta Pino Daniele prima del mito

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Prima del mito, l’uomo. Prima della leggenda, il ragazzo dei vicoli di Napoli, con le sue ferite, le inquietudini e una musica destinata a cambiare il volto della canzone italiana. È da qui che parte ‘Je so’ pazzo’, il film di Nicola Prosatore presentato alla 21ma Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, con Massimiliano Caiazzo nei panni di Pino Daniele. Prodotto da Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution, il film arriva oggi nelle sale dopo circa tre anni e mezzo di lavorazione. Un racconto di formazione che attraversa l’infanzia difficile dell’artista, i conflitti familiari, il rapporto con un padre violento, l’abbandono e gli amori, fino al concerto del 1981 in piazza del Plebiscito, quando davanti a 200mila persone Pino Daniele conquista Napoli e consegna il proprio nome alla leggenda. Sullo sfondo, una città viva e vibrante, laboratorio di suoni e contraddizioni, dove blues, jazz e tradizione partenopea trovano una voce nuova. “Non volevamo parlare del mito, ma di quello che c’era prima, di quello che c’era dietro”, spiega Prosatore, che firma la sceneggiatura con Alessandro Daniele, figlio del musicista, ed Edoardo Puma. “All’inizio sembrava molto difficile. Abbiamo cominciato a intervistare la famiglia e ho cercato di utilizzare lo stesso sguardo di Pino, o almeno quello che immaginavo avesse sulla città in quel periodo, quando si stava formando e non aveva ancora scoperto la sua voce”.

Per il regista, napoletano e dello stesso quartiere di Daniele, la strada passa dalla memoria e dai rapporti umani: “Ho ricominciato a rievocare quegli odori, quel tessuto e quei personaggi dei suoi primi brani. La radice del film l’abbiamo identificata nelle relazioni”. Anche il cibo diventa una chiave narrativa, metafora di nutrimento, crescita, luce e oscurità, in un percorso che riflette le trasformazioni fisiche ed emotive del protagonista. La scelta è stata quella di privilegiare l’emozione rispetto alla ricostruzione musicale. “Ci sono biografie e documentari che hanno esplorato in lungo e in largo l’aspetto musicale. Noi abbiamo scelto un taglio emotivo, in cui la musica è uno degli elementi dell’orchestra”, dice Prosatore. Qualche licenza poetica, ammette, è stata necessaria per esigenze drammaturgiche, senza tradire la sostanza della storia. “In realtà siamo stati molto fedeli, anche perché uno dei principali ‘spioni’ era proprio il figlio di Pino“. Una fedeltà che non ha evitato qualche polemica sulla rappresentazione dei personaggi reali. “Il film l’ha vista tutta la famiglia, sono tutti invitati”, osserva il regista. Per Caiazzo, noto per il ruolo di Carmine in ‘Mare Fuori’, interpretare Daniele è stata una sfida vissuta senza risparmiarsi. “Sono molto emozionato e felice. Mi ci sono rituffato a testa bassa. Quando ho ascoltato ‘Uè Man!’, la responsabilità l’ho avvertita e la avverto ancora. La paura di non essere all’altezza è stata una compagna di viaggio costante, finché non mi sono accorto che poteva essere una delle chiavi per toccare l’essenza e l’umanità di questo essere umano”.

La risposta, racconta l’attore, è stata il lavoro: “Mi sono detto mettiamoci sotto e diamo tutti noi stessi, per poter dormire tranquilli”. E nell’incontro con la figura del musicista ha trovato soprattutto una lezione di dedizione: “Pino Daniele passava sei ore al giorno, tutti i giorni, a esplorare il suo strumento. Le porte erano sempre aperte agli stimoli che arrivavano da fuori. Mi porto dietro la sua dedizione: è il miglior modo di celebrarlo”. Giovanni Ludeno, che interpreta il padre, invita a guardare oltre l’immagine pubblica: “La star è per tutti, ma noi dobbiamo andare a vedere l’altro lato della star”. Il concerto di piazza del Plebiscito, ricorda, diventa così il punto d’arrivo di una storia segnata dalle lacerazioni con la famiglia e con la città. “Ho risentito ‘Terra mia’: sembra quasi Shakespeare, ha un’altezza incredibile. Ed è Pino Daniele a 19 anni”. Anche Maria Sole Pollio, interprete di Dorina, prima moglie del musicista, rivendica la complessità del personaggio: “Ho amato la sua lucidità. Era totalmente innamorata, ma ha mantenuto uno sguardo lucido. Ho amato la sua libertà e ne ho preso spunto”. Persino nella separazione, Dorina sceglie di mettere l’arte al primo posto: “Credo sia un gesto di libertà anche per una donna dell’epoca -dice la Pollio– Attraverso l’arte si aprono forme di libertà gigantesche”.

A sottolineare la scommessa del film è Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema: “Complimenti a questo gruppo così giovane. Non era facile realizzare un film di finzione su Pino dopo tutti i documentari che sono stati fatti. Ci ha convinto la scelta di raccontare la parte iniziale della sua vita, che forse anche una fetta di pubblico giovane non conosce”. Un viaggio alle origini, dunque, per restituire non soltanto il musicista, ma il ragazzo che ha trasformato le proprie ferite in linguaggio universale.

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